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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 2 febbraio 2025

Il sottosegretario al lavoro su Mi per piazzare il lealista D’Amato alla presidenza. Area e Md insieme sono maggioranza relativa: un dato che peserà sui nuovi assetti. Non ci sono solo gli assalti al capo della procura di Roma Francesco Lo Voi e ai giudici della Corte d’appello che, ancora una volta, hanno dato torto a Meloni smontando i suoi piani per la deportazione dei migranti in Albania. La partita sulla giustizia si gioca anche, forse soprattutto, sul neoeletto parlamentino dell’Anm, che sabato sceglierà i suoi vertici.

Il Sottosegretario Alfredo Mantovano sta osservando molto da vicino la situazione e il perché è presto detto: la corrente di destra, quella di cui faceva parte quando vestiva la toga, Magistratura indipendente, si è piazzata al primo posto alle elezioni della settimana scorsa e, con ogni probabilità, sarà chiamata a esprimere il nuovo presidente del sindacato dei giudici. L’obiettivo comune a tutti gli schieramenti, ad ogni modo, è di arrivare a una giunta unitaria. Il momento lo richiede più che mai, del resto: la riforma della giustizia è alle porte, i passaggi parlamentari finiranno senza sorprese e poi comincerà la campagna per il referendum costituzionale, con i magistrati che hanno un bisogno vitale di mostrarsi compatti se vogliono avere almeno una possibilità di spuntarla. La battaglia sarà durissima, la destra ha già cominciato a impostare la partita come un sondaggio di gradimento sui giudici, lasciando perdere la sostanza della riforma, di cui ai cittadini interessa tra il poco e il niente. Prova ne sia il fatto che quando nel giugno del 2022 furono lanciati 5 referendum sulla giustizia (e uno dei quesiti riguardava proprio la separazione delle carriere), l’affluenza si assestò ai livelli più bassi della storia repubblicana, con il quorum che restò lontano anni luce. Qualche mese dopo la destra avrebbe stravinto le politiche, senza che questi temi entrassero più di tanto nella sua campagna elettorale.

“Certo che siamo unitari, lo siamo sempre”, dice al manifesto un esponente di Magistratura democratica. “A meno che non vogliano mettere alla presidenza Nordio o Mantovano”. La battuta nasconde un identikit, quello di Antonio D’Amato, procuratore a Messina, secondo classificato per preferenze nella lista di Mi e ritenuto molto vicino all’esecutivo. A palazzo Chigi non dispiacerebbe affatto se fosse lui l’interlocutore da qui in avanti: il profilo di cui parliamo, infatti, è l’opposto di quello battagliero rappresentato dall’uscente Giuseppe Santalucia. Mantovano, all’apertura romana dell’anno giudiziario, aveva ampiamente lasciato intendere che un’eventuale “guida moderata” dell’Anm potrebbe riaprire il confronto sulla riforma.

I risultati del voto per il parlamentino, però, hanno visto prevalere la linea dura: ha sì vinto Mi, ma il primo degli eletti è stato il palermitano Giuseppe Tango, uno che non ha mai risparmiato critiche acuminate nei confronti dei piani del governo in materia di giustizia e che gode della stima di vari esponenti delle correnti progressiste. Mi, tra le altre cose, sta attraversando una fase strana: la parte “lealista” verso i partiti della maggioranza è sempre più in difficoltà, perché gli attacchi che arrivano contro le toghe sono sempre più duri e di conseguenza sempre più difficili da smorzare. Non si può non ricordare, in questo quadro, che Lo Voi è un nome di peso tra la magistratura conservatrice e il massacro a cui viene sottoposto da quando ha indagato Meloni, Mantovano, Nordio e Piantedosi è ormai impossibile da giustificare.

Bisogna considerare, inoltre, che le toghe di sinistra, insieme, sarebbero ampiamente la forza di maggioranza relativa del comitato direttivo centrale dell’Anm: un antipasto di quello che potrebbe significare in futuro si è visto nell’ultima assemblea di dicembre, quando Magistratura democratica ha lanciato la proposta della sciopero e subito Area democratica per la giustizia ha detto sì, contribuendo in maniera decisiva alla proclamazione del 27 febbraio come giornata di astensione nei palazzi di giustizia. La frangia centrista, Unicost, infine non sembra disposta a seguire l’ala destra, anzi, quando i suoi esponenti parlano in pubblico mostrano sempre una certa intransigenza verso Nordio e i suoi piani. E se, in ogni caso, un’apertura al centro di Mi è scontata, difficilmente si potrà fare sulla base di un improbabile rapporto più disteso con l’esecutivo.

Nell’ultima settimana di trattative sui nuovi assetti, comunque, è plausibile che le correnti terranno un profilo assai basso, evitando il più possibile di esporsi: la priorità, come detto da tutti più e più volte, è che si formi una giunta unitaria e solo dopo si passerà alla riflessione sui nomi da mettere in cima, accordandosi magari sulla rotazione degli incarichi. Che preservare l’unità sia per i giudici un punto irrinunciabile, però, Mantovano lo sa bene. E sa anche che la cosa più importante non è tanto scegliere i capi dell’Anm, quanto dividerla. Che in fondo è il primo passo per comandarla.