di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 6 marzo 2025
Il segretario dell’Anm cita il no di Borsellino alla separazione delle carriere. Dietro il rispetto reciproco, e dunque dietro il bon ton che si addice a un appuntamento istituzionale, resta la realtà di un dialogo tra sordi. Per via della determinazione della premier Giorgia Meloni - spalleggiata dai due magistrati transitati nel governo come il ministro Nordio e il sottosegretario Mantovano, ma anche dai vicepresidenti del Consiglio Salvini e Tajani - a portare avanti la riforma della magistratura, quella con più possibilità di vedere la luce tra le modifiche costituzionali in cantiere; ma anche per via della determinazione con cui il “sindacato delle toghe”, forte di uno sciopero più che riuscito, è deciso a sostenere la contrarietà alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, allo sdoppiamento del Csm, a un tribunale disciplinare fuori dall’autogoverno.
Poi se la riforma passerà si adegueranno, come è logico e come ieri ha ribadito il neopresidente dell’Anm Parodi. Ma finché c’è da discutere non hanno intenzione di rinunciare a far sentire la loro voce. Sebbene con la sensazione che a volte sia inutile, come nella riunione di ieri. Che tuttavia è servita sia al governo che ai magistrati. Perché ciascuno ne è uscito rafforzato nelle proprie convinzioni e strategie. E tra i magistrati non era scontato.
In caso di eventuali offerte di “mediazione” su qualche punto, l’unità dell’Anm si sarebbe potuta incrinare. Con la corrente più moderata e dai buoni agganci nell’esecutivo, Magistratura indipendente, tentata da possibili pressioni aperturiste sul “suo” presidente Parodi, mettendone a rischio la fiducia da parte degli altri gruppi. Ma di fronte a Meloni che esclude l’ipotesi di ritocchi al testo già approvato in prima lettura dalla Camera perché vogliono andare spediti, questo pericolo al momento non c’è. E certo non può bastare la promessa di qualche rinvio alle leggi ordinarie di applicazione della riforma generale, necessarie a rimediare a errori o dimenticanze ma non a cambiare l’impianto della riforma.
Parodi è un neofita di politica associativa, ma sta mostrando di sapersi muovere con limpidezza e coerenza. E paradossalmente il muro contro muro confermato ieri ne rafforza la posizione. Perché, come dice lui stesso, “rende tutto più chiaro”. Perciò non considera l’esito dell’incontro un fallimento.
Per il resto, il confronto nella sede del governo s’è risolto in un concentrato di schermaglie e qualche sfida. Più o meno diretta. A cominciare dalla presenza di Salvini, che prima di arrivare aveva definito la riforma “fondamentale anche per liberare dai vincoli i tanti magistrati indipendenti e perbene che sono sotto sequestro di alcune correnti partitiche”; le stesse che poi s’è trovato davanti, giacché l’Anm le riunisce e rappresenta tutte. Alle toghe politicizzate, premier e ministri non hanno mancato di fare cenni espliciti, evocando pm e giudici che vanno in giro “con il manifesto o l’Unità in tasca” (forse dimenticando la mutazione della testata che fu organo del Partito comunista), mentre loro li vorrebbero vedere tenere in mano solo i codici.
Gli orientamenti politici delle toghe sono una costante degli attacchi sferrati da governo e maggioranza contro decisioni sgradite, che Parodi ha chiesto con fermezza di fermare. Perché “feriscono i magistrati, e perché i magistrati sono i primi a rifiutare la logica di provvedimenti non giurisdizionali ma ideologici”. La stessa presidente del Consiglio non si è sottratta a questa pratica, sebbene davanti all’Anm abbia rivendicato di criticare ordinanze o sentenze, non di accusare i magistrati sul piano personale. Anzi, è lei a sentirsi vittima di attacchi da parte di singole toghe, facendo nomi e cognomi di chi s’è espresso contro le politiche del suo governo.
Inutile la replica che le legittime posizioni personali non influiscono sui verdetti, così come non ha sortito effetti una citazione di Paolo Borsellino che il segretario dell’Anm Rocco Maruotti, appartenente alla sinistra giudiziaria di Area, ha voluto fare quasi in omaggio alle sempre richiamate origini della militanza di Giorgia Meloni, all’indomani della strage di via D’Amelio: il magistrato assassinato da Cosa nostra parlò contro la separazione delle carriere, considerata “uno strumento per mortificare i pm, prefigurandone il distacco dall’ordine giudiziario”.
Tra le proposte “per una giustizia più efficiente” lasciate dall’Anm a Palazzo Chigi, tra l’altro, c’è quella di una maggiore flessibilità nei passaggi tra le funzioni di pm e giudice, “raccomandata anche in sede europea”; quasi una provocazione per chi vuole dividerne le carriere. Come (senza quasi) l’invito al governo a indicare la percentuale di assoluzioni da raggiungere per non dire che i giudici si appiattiscono sui pm. “O forse sarebbe meglio dire prima quali processi devono concludersi con una sentenza di assoluzione?”, ha chiesto Maruotti. Ricevendo in risposta solo eloquenti sorrisi. Che lasciano tutto come prima. E tutti, alla fine, soddisfatti.











