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di Andrea Malaguti

La Stampa, 26 gennaio 2025

Che mondo lasciamo ai nostri figli ottant’anni dopo la Shoah? Che peso hanno, alla luce del nuovo spirito del tempo, permeato dalla prepotenza trumpiana, parole come deportazione e, all’opposto, umanità? Quanto siamo assuefatti, o indifferenti, alla violenza, non solo verbale, che ha accompagnato il racconto di questa settimana, mettendoci di fronte alle immagini umilianti di un torturatore libico riportato delicatamente a Tripoli a bordo di un aereo di Stato?

Le due bambine che si tengono per mano di fronte al dottor Josef Mengele hanno quattro e sei anni. Sono sorelle che, nonostante la differenza d’età, sembrano gemelle. Si chiamano Tatiana e Andra Bucci. E nel kinderblock del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau sono arrivate nel 1944. Sono abituate a giocare ignorando le pile di cadaveri e hanno superato i primi mesi di gelo e privazioni anche grazie all’imprevedibile benevolenza di una sorvegliante che ha preso Tatiana sotto la sua ala protettrice e le regala maglioncini di lana da dividere con la sorella. È stata lei ad avvisarle: “Il signore che radunerà i bambini del kinderblock, chiederà di fare un passo avanti a chi vuole rivedere la mamma. Voi restate ferme. Immobili. Solo così avrete salva la vita”.

Mengele è un mostro. Un teorico dell’eugenetica che usa i più piccoli per le sue deliranti sevizie. Quando arriva la domanda prevista, Andra e Tatiana sono due statue di sale. Sergio, che ha otto anni ed è loro cugino, nonostante gli avvertimenti, fa istintivamente un passo avanti. “Io voglio la mia mamma”. Non lo rivedranno mai più. Diventerà una cavia della follia nazista.

Tatiana e Andra sono due dei seicentocinquanta bambini, su duecentotrentamila, sopravvissuti a Birkenau. È a loro che abbiamo chiesto, oggi su domani, vigilia del Giorno della Memoria, di dirigere La Stampa. Di scegliere la gerarchia delle notizie. Di rimetterle in ordine. Di spingerci a ricordare - in questa terra che hegelianamente non ricorda più nulla - quanto è facile scivolare nell’abisso della disumanità. Mai, come in questo complicato 27 gennaio, abbiamo bisogno di loro. Della loro storia. Della loro sensibilità, sempre più lontana da quella collettiva, come dimostrano i continui e vergognosi insulti contro Liliana Segre, costretta a dire: “Della Shoah alla fine non si parlerà più”.

Torno agli Stati Uniti, supposta stella polare delle democrazie post-belliche, e al discorso di un leader, Donald Trump, che rivendica, per la prima volta, in chiaro e senza pudori, un universo valoriale sideralmente lontano da quello in cui credevo che ci fossimo formati. Scienza, un pianeta più pulito e vivibile - verde, se la parola non suona ormai bestemmia - inclusione, equità, rispetto della diversità, difesa dei più fragili, compassione e persino pietà. Anticaglia polverosa da archiviare nello scantinato dei nostri svalutati buoni sentimenti. Non abbiamo più una casa comune. C’è un test facile per rendersene conto: la fotografia delle prime deportazioni diffusa, volontariamente, dalla Casa Bianca. Ha fatto il giro del pianeta. Nove esseri umani in catene entrano nella bocca di un aereo che sembra uno squalo. Chi la guarda e - istintivamente, di pancia, senza ragionamenti - pensa: “Era ora”, sta veleggiando nel mare sempre più vasto di una maggioritaria e straziante visione dei rapporti umani. Chi pensa di getto: “No, vi prego, fermatevi”, è parte di una minoranza ed è bene che lo sappia.

Il piano di Trump, d’altra parte, è semplice, realizzabile solo in piccola parte, ma sconvolgente: deportare 14 milioni di persone senza documenti. Stanarli nelle case, nelle chiese e nelle scuole. Rispedirli nei loro Paesi. Ho letto, sgomento, un reportage da Newark di Paolo Mastrolilli di Repubblica. Il raid degli agenti della sicurezza che fanno irruzione al mercato del pesce. Chiunque abbia la faccia scura e non sia in possesso del passaporto (ma chi gira col passaporto in tasca?) viene portato via. Tra loro anche un veterano di guerra che esibisce, inutilmente, il suo tesserino militare. Sembra una profilazione razziale. Non lo è? Può darsi. Ma ogni giorno è un po’peggio.

Tornano in mente Tatiana e Andra Bucci. Un documentario del museo alla Risiera di San Sabba dove furono rinchiuse. Si vede il Duce a Trieste. La folla osannante. La piazza stracolma di cori ed eccitazione. Mussolini scandisce stentoreo: “Occorre una chiara coscienza razziale che stabilisca delle superiorità nettissime”.

Quello di oggi non è fascismo - penso, spero, mi illudo - ha però la stessa radice di quel modo di pensare. L’odio per il diverso. Che i cinici e gli aedi della volontà di potenza riducono a un infantile: “Se dite così è perché volete farli entrare tutti. Li prendereste a casa vostra?”. Deprimente. “Quegli uomini sono stati trattati come immondizia. Ma la verità è che non mi sorprende. E proprio questo è il problema”, mi ha detto al telefono Edith Bruck. “Un tempo l’immondizia eravamo noi nel lager, quando pulivamo per terra i cadaveri. Ma ogni vita è preziosa, in qualsiasi condizione. E lo capisci soltanto se anche tu sei stato trattato da immondizia”.

Resta che nel passato recente un prigioniero in catene ci faceva pensare con disgusto alla Capanna dello Zio Tom di Hariet Beecher Stowe, oppure a Dodici anni schiavo di Steve McQueen, a Radici dell’americanissimo Alex Haley, insomma, al male assoluto. Adesso è diventato l’inevitabile normalità. Per noi, per i nostri padri, l’America era la terra delle opportunità. “I have a dream” di Martin Luther King, quello vero, non quello posticcio manipolato dalla Casa Bianca. Era la Route 66 e la Beat Generation. Un Paese libero e sbagliato che faceva guerre e si ribellava a sé stesso. Era la luna intesa come orizzonte immaginifico, non come spazio da conquistare dai profeti del transumanesimo che, pur negando il Climate Change, disprezzano un pianeta, il nostro, considerato spremuto e irrecuperabile a tal punto da volerlo abbandonare.

Perciò, mentre Donald Trump brama un pezzo di Danimarca e il nuovo segretario di Stato, Mark Rubio, invita il mondo ad arrangiarsi, scaricando l’Ucraina, cos’è rimasto del sogno americano? Un ritorno al Far West, dove chi è più rapido con la pistola spara. E magari sapessero almeno raccontarla come Alessandro Baricco in Abel: “Sento una vibrazione, allora sparo. Che ne so, come una vibrazione. Estraggo e sparo”. Questi sparano e basta.

Più che l’età dell’Oro è l’età della cattiveria. E si potrebbe andare avanti per ore a parlare della demonizzazione della cultura woke, dell’intelligenza artificiale destinata a moltiplicarsi ignorando - su spinta muskiana - il bisogno di indirizzarla su criteri etici destinati a proteggere i più deboli. Ma a chi interessa più? A che serve? Un giorno un algoritmo licenzierà, prima della lista, una mamma single con tre figli che dovrebbe essere l’ultima dei sacrificabili e noi ce la caveremo alzando le spalle. È il mondo dell’efficienza, bellezza.

Ma, come direbbe Sartre, è attraverso lo sguardo che si annuncia l’Altro. La comunicazione digitale è povera di sguardo. Anche quando siamo vicini ci fa perdere di vista. Stiamo dando il peggio, certi che l’unica strada sia quella dell’omaggio al Potere di turno e alla Realpolitik. Riferimento non casuale al nostro incerto Paese. Un tempo i nostri padri - eternamente evocati, incessantemente dimenticati - i torturatori li processavano a Norimberga.

Oggi preferiamo scendere a patti. Così il generale Almasri, ignobile violentatore di ragazzini, inumano reggente dei peggiori carceri libici, imbarazza la più potente leader del mondo occidentale, Giorgia Meloni, irridendo gli italiani che lo riconsegnano ossequiosi a domicilio. Abbiamo accettato di farci ricattare - forse per la legittima paura di mettere a rischio la vita dei nostri connazionali in Libia - dai gangster di una terra infelice alla quale consegniamo il compito di impedire le partenze dei disperati, costi quel che costi. Facciano loro il lavoro sporco. Lo diamo per scontato. Ha ragione Tolstoj, si precipita in fretta nel qualunquismo dei pensieri globalmente dominanti. “Non esiste nessuna situazione a cui l’uomo non possa adattarsi, specialmente se vede che tutti quelli che lo circondano vivono nello stesso modo”. Fa paura rassegnarsi all’idea che non siamo meglio di così.