di Gigi Riva
Il Domani, 9 aprile 2026
In “Dieci parole tradite” Venanzio Postiglione sembra suggerire che ci sono alcune parole chiave da reinterpretare, riscoprire, rispolverare soprattutto in questi tempi tristi in cui si è smarrita la bussola della convivenza. E attraverso le quali trovare i correttivi per raddrizzare il “legno storto della storia”. Delle “Dieci parole tradite”, che Venanzio Postiglione vicedirettore del Corriere della Sera ha scelto per raccontare in un libro come si è corrosa la lingua e dunque l’interpretazione del mondo, forse la più soggetta agli equivoci è “misura”. Perché si porta appresso, soprattutto quando si è giovani dunque piromani, una serie di sinonimi o di assonanze che alludono a una assai poco aurea mediocrità. La misura è il centro politico ai tempi del fanatismo ideologico dominante, è l’equilibrio tra fazioni, il né né, o, se volete, il “ma anche”.
È una dote attribuita agli anziani che abbondano in una società invecchiata in cui, per paradosso, prevale nell’immaginario e nei comportamenti il giovanilismo anche quando si è raggiunta un’età in cui si dovrebbe essere pompieri. Dunque risulta assai più eccitante il suo opposto, l’eccesso, la dis-misura, se fosse musica il confronto sarebbe tra la classica e l’hard-rock. L’immaginazione e la catastrofe: affrontare l’Apocalisse guardando al passato Il doppio Postiglione, nella sua opera di restituzione della dignità originaria al “verbo” cioè alla parola, scava nelle radici semantiche e le valorizza per paragone. Riscattare la misura dal limbo del grigio equilibrio, tra il celeste del paradiso e il rosso fuoco dell’inferno, gli viene facile illustrando i disastri del suo doppio. E il suo doppio è Donald Trump, quello che “nessuno aveva mai fatto ciò che ho fatto io in Medio Oriente da tremila anni”, o che, “cancellerò in una notte un’intera civiltà”.
Il doppio sono i manager che nello smodato sistema liberista finito fuori controllo guadagnano mille volte più degli operai della stessa fabbrica. Il doppio sono le ingiustizie sociali che mettono fuori corso uno dei tre pilasti della Rivoluzione francese, l’uguaglianza (un altro, la fraternità, è sepolto sotto le acque del mar Mediterraneo, sono i migranti andati in pasto ai pesci quando un tempo era un punto d’onore l’ospitalità al foresto). L’autore prende in prestito, per giustificare l’assunto della superiorità di ciò che sta in mezzo proverbialmente la virtù, quanto è inciso sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, la saggezza degli antichi, “medèn àgan”, nulla di troppo, “gnothi sautòn” conosci te stesso, e di conseguenza abbi consapevolezza del tuo limite. Il limite è una frontiera, è la geografia che segna un territorio, codici antichi, ormai superati se Vladimir Putin si vuole annettere l’Ucraina, il solito Trump rapisce il presidente venezuelano, ha mire sulla Groenlandia e, in un corso accelerato di pulizia etnica persino della toponomastica, ribattezza Golfo d’America il Golfo del Messico. A Minneapolis assassinata la verità, Trump usa le bugie per comandare Tavole della legge Ieri e oggi. Venanzio Postiglione sembra suggerire che, se “in principio era il verbo”, incipit del Vangelo secondo Giovanni, allora alcune parole chiave, che stanno agli albori della lingua e hanno segnato il cammino del progresso degli umani, possono essere considerate come delle tavole della legge laiche. Da reinterpretare, riscoprire, rispolverare soprattutto in questi tempi tristi in cui si è smarrita la bussola della convivenza.
E attraverso le quali trovare i correttivi per raddrizzare il “legno storto della storia” (copyright, Immanuel Kant). Vista la professione tanto amata, nel decalogo dell’autore non poteva mancare la verità. A partire dalla domanda di Ponzio Pilato a Gesù e rimasta senza risposta che segna larga parte della cultura occidentale, oltre che della religione: “Quid est veritas?”. Che cosa è la verità? Quanto di più attuale ora che le possibilità manipolatorie regalate dalla tecnologia, soprattutto dall’intelligenza artificiale, obbligano a dubitare di quanto si legge e persino di quanto si vede. Il potere a qualunque titolo esercitato si prende il diritto truffaldino di scambiare l’ordine di addendi troppo diversi per pretendere di propagandare lo stesso risultato: non più la realtà che genera l’opinione ma l’opinione che costruisce la realtà. Eppure anche tra il dilagare delle fake news e nel buio della ragione si possono ripescare i classici e seguire una stella polare come Galileo Galilei, riadattare il suo metodo delle “sensate esperienze” e delle “necessarie dimostrazioni”. Senza mai stancarsi di cedere davanti alla fiorente fabbrica del falso. La verità è la prima vittima della guerra, ha scritto un premio Nobel per la letteratura come Ivo Andrić.
Eppure il sudore artigianale di ostinati cronisti, sebbene a posteriori, ha sempre permesso di smascherare le menzogne. Le dieci parole del libro sono: democrazia, felicità, fraternità, libertà, misura, pace, parità, pianeta, talento, verità. Sono un po’ ammaccate. Ma se curate, maneggiate con cura e restituite al loro splendore possono aprire una speranza. La speranza (elpis), l’unico elemento rimasto nel vaso della bellissima Pandora dopo che l’ebbe aperto liberando tutti i mali che si riversarono nel mondo. In fondo Venanzio Postiglione ha scritto un libro ottimista. So di non voler sapere: il miglior saggio sull’ignoranza comincia con un sequel del mito della caverna.
Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà: dalla democrazia al talento (Solferino 2026, pp. 190, euro 17) è un libro di Venanzio Postiglione.











