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di Elíf Shafak*

 

La Repubblica, 27 maggio 2019

 

Ho trascorso la mia infanzia in parte ad Ankara e in parte a Madrid. Spostarmi come una pendolare tra Spagna e Turchia all'inizio degli anni Ottanta fu un'esperienza bizzarra. Dopo la dittatura, la prima era tornata alla democrazia, mentre la seconda aveva appena vissuto un ennesimo colpo di Stato. Entrambi i Paesi erano ai confini estremi dell'Europa.

Né l'uno né l'altro facevano parte dell'Unione europea. Adoravo la Spagna. L'ho conosciuta e vissuta come un Paese straordinario, vivace, dalla popolazione generosa, accogliente e cordiale. Dietro la sua magnifica cultura, tuttavia, si percepiva in sottofondo l'ansia.

Ogni tanto sentivo qualcuno sostenere che sotto il regime franchista "le cose non erano andate poi così male", e che a quei tempi "quanto meno c'erano ordine e stabilità". In genere, erano gli anziani a dire queste cose, provocando nei più giovani una reazione di insofferenza. La Spagna era pronta per la democrazia. Era pronta per entrare a far parte dell'Europa.

Quanto avrei voluto che la Turchia, la mia madrepatria, facesse altrettanto. A Madrid, un giorno, mentre mi recavo a scuola, vidi i muri di una strada tappezzati di manifesti con immagini di neonati morti gettati nei bidoni della spazzatura. Ne fui paralizzata. Quelle immagini agghiaccianti erano state affisse da un'organizzazione cattolica ultraconservatrice.

Mi allontanai, ma il ricordo è rimasto dentro di me. Su uno dei manifesti c'era scritto che le femministe si erano spinte troppo oltre. Il Paese stava cambiando rapidamente, il cambiamento suscitava paure in alcune persone, e la paura faceva emergere una forte nostalgia per il passato, una nostalgia per il "vecchio ordine".

Le elezioni generali di fine aprile in Spagna ci hanno dimostrato che quella nostalgia si è fatta ancora più forte: per la prima volta da11978, un partito dell'estrema destra, Vox, ha guadagnato posizioni in modo considerevole. Allarmante è che il partito, fondato nel 2013, sia stato il movimento a più rapida crescita nel Paese. Ai nazionalisti populisti piace avere nemici immaginari, e Vox non fa eccezione alla regola. Tra i suoi nemici più importanti ci sono le femministe.

Usando parole incandescenti - con le quali dichiarano che gli uomini stanno soffrendo per mano delle "nazi-femministe" e che le femministe estremiste stanno addirittura mettendo a repentaglio il tessuto sociale - i leader del movimento propongono a più riprese di tornare al passato, a un'epoca idilliaca nella quale uomini e donne sapevano "qual era il loro posto".

I capi di Vox aspirano a una riconquista con la quale strappare il controllo del Paese dalle mani degli elementi estranei. Puntano a "riconquistare" il Paese a cominciare dall'Andalusia, e vogliono riportare in auge i valori tradizionali, incluse alcune pratiche controverse come le corride. I temi su cui Vox ha fatto campagna elettorale, riuscendo a inserirli nella politica mainstream spagnola, sono simili a quelli abbracciati dai nazionalisti populisti altrove: la lotta all'immigrazione, alla diversità, al matrimonio tra gay e ai diritti di Lgbt.

E ciò, naturalmente, si somma al loro desiderio bellicoso di tornare a un mitico e aureo passato. Tenuto conto che io sono di origini turche, la retorica misogina del movimento nazionalista populista spagnolo mi è stranamente familiare. Proprio come è riuscito a fare sotto Erdogan l'Akp, il Partito della giustizia e dello sviluppo, Vox si ripropone anche di trasformare l'attuale ministero per le pari opportunità nel ministero della famiglia.

Finora i politologi hanno dato per scontato in modo compiaciuto che esistessero parecchi Paesi nei quali il fascismo non avrebbe fatto mai più ritorno. Si riteneva che in cima a quell'elenco ci fossero Germania e Spagna: essendo già passate attraverso le atrocità del fascismo e della dittatura, sarebbero state immuni nei confronti delle false promesse dell'estrema destra.

Le elezioni generali in Spagna, invece, ci hanno già dimostrato quanto fossero sbagliate quelle supposizioni. Se è vero che i Paesi possono scivolare all'indietro e precipitare nel dispotismo, nel nazionalismo populista e nell'estremismo religioso, allora noi donne dobbiamo stare maggiormente in guardia. Perché donne e minoranze saranno le prime a perdere i loro diritti. Ovunque saranno ín ascesa il nazionalismo, il populismo e il tribalismo, vi sarà un aumento del sessismo. Di conseguenza, non è un caso se una delle prime iniziative dei nazionalisti populisti in Italia è stata l'organizzazione di una "conferenza sui diritti della famiglia".

I temi trattati sembrano tratti dallo stesso copione che Orban ed Erdogan devono aver studiato. Erdogan chiama "omicidio", l'aborto e considera il controllo delle nascite una cospirazione contro la grande nazione turca. Chiama "subnormali" le donne che non hanno figli. "Le famiglie forti danno vita a nazioni forti, e ogni membro della nazione dovrebbe mobilitarsi per raggiungere questi grandi obiettivi".

Ai nazionalisti populisti la cooperazione internazionale piace. Erdogan ha ricevuto un'accoglienza calorosa da Orban. Matteo Salvini, capo della Lega in Italia, approva Vox e ha già auspicato l'unione delle forze "nell'Europa che stiamo costruendo", ha detto. Sì, è proprio questo che stanno facendo: stanno costruendo l'Europa. Non una nuova Europa. E nemmeno una vecchia Europa, bensì un'Europa monolitica.

Se qualcuno nutrisse ancora qualche dubbio nei confronti della natura dei cambiamenti politici ai quali stiamo assistendo oggi nel mondo, dovremmo illuminarlo e fargli comprendere che la maggior parte degli scontri dei quali siamo testimoni stanno avvenendo in ambito culturale.

La nostra è un'epoca di scontri culturali, e le battaglie multiple che si stanno combattendo all'interno dei singoli Paesi, dei continenti, lacerano le società e polarizzano la politica in misura tale da alterare in modo drastico la politica mainstream. Perché nessun Paese può considerarsi immune dal ritorno dell'estrema destra.

 

*Traduzione di Anna Bissanti