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di Mattia Aimola

Corriere della Sera, 18 maggio 2024

Al secondo piano di via Vanchiglia 3 a Torino, nella sede dell’Associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali si possono leggere i racconti - fra il 1970 e 1973 - dei pazienti psichiatrici della struttura aperta dal 1853 a fine anni 90. “Non capisco perché lasciano quei criminali a Collegno”, “Gli infermieri la picchiano, pugni e schiaffi sulla testa”. Sono solo alcune delle testimonianze dei pazienti internati nel manicomio di Collegno tra il 1970 e il 1973. Si tratta della Certosa Reale, che ospitò i pazienti psichiatrici dal 1853 e fino alla fine degli anni Novanta quando chiusero dopo l’approvazione della Legge Basaglia.

Le lettere degli internati si trovano al secondo piano di via Vanchiglia 3, nella sede dell’Associazione per la Lotta contro le Malattie Mentali (ALMM) che si batte per affermare i diritti dei pazienti psichiatrici dal 1967. L’associazione custodisce un importante centro documentale che raggruppa tutta la corrispondenza con i pazienti. Da una prima lettura pare subito chiaro come i manicomi non puntassero a curare le persone ma a rinchiuderle. Le richieste fatte dagli internati sono pressoché simili a quelle dei carcerati o dei prigionieri di un lager. Il manicomio, infatti, esattamente come i campi di concentramento, funzionava in completa autonomia: gli internati erano anche obbligati a lavorare.

“Parliamo di internamento - racconta Barbara Bosi, presidente della Almm e psicologa - e non di cura e il motivo del ricovero era che la persona veniva considerata pericolosa per sé o per gli altri. Lì dentro ci finiva tutto quello che ci dava fastidio, a volte anche i ragazzini considerati troppo vivaci. Ci sono bambini nati e cresciuti dentro i manicomi che poi sono diventati adolescenti e adulti”. Persone inserite all’interno di un grande ingranaggio.

“Gli internati - prosegue Bosi - lavoravano all’interno della struttura ma non venivano retribuiti, il manicomio manteneva sé stesso. La chiamavano ergoterapia ma in realtà era sfruttamento di manodopera gratuita”. Nel corso degli anni 70 i degenti prendono carta e penna e scrivono, scrivono all’associazione e raccontano di come il mondo non li voglia più. “La società non fa nulla per recuperare il povero degente. - si legge in una lettera scritta a mano -. Quando il degente viene dimesso la società lo respinge perché è stato ricoverato nel manicomio. Trovandosi in questo stato è costretto a fare una fesseria per tornare in manicomio”.

Torino, le drammatiche lettere dai manicomi: “Qui ci curano a botte”

E questo era uno dei problemi maggiori: il reinserimento, pressoché impossibile. Per un malato trovare una casa e un lavoro era difficilissimo, così c’era chi chiedeva di restare in manicomio anche dopo la guarigione. “Pur essendo perfettamente guariti - scrivono alcuni pazienti - chiedono quanto segue: vorrebbero poter vivere nell’ospedale psichiatrico dato che sono stati abbandonati dalle famiglie e non hanno mezzi propri di sostentamento”. I parenti vivevano i malati psichiatrici come un peso di cui liberarsi o anche vergognarsi.

L’abbandono, naturalmente, era percepito anche dagli internati. “Tanto tempo, troppo - scrive un degente -, non solo dimenticati dai familiari ma anche dalle autorità locali”. E poi ci sono gli innumerevoli casi di violenza che compaiono in tantissime lettere. “Mi hanno fatto legare alla tavola, sono due criminali”, “In parecchi manicomi si curano i degenti a botte”, “Ero fuggita e l’ho fatta franca per una settimana, ma una sera alla stazione di Porta Nuova venni ripigliata e ricondotta da due infermieri di Collegno qui”, “Sono stato derubato dei miei averi e picchiato”.

 L’associazione, dal canto suo, rispondeva sempre con grande fermezza. “Faremo di tutto - scrivono nel 1971 dall’Almm - affinché i degenti siano considerati esseri umani una volta per tutte e la loro dignità non venga così spesso calpestata. All’interno dell’ospedale si sta conducendo una battaglia molto difficile contro alcune persone che vorrebbero mantenere in vita la situazione vergognosa che prevaleva ed in parte prevale nell’ospedale di Collegno”. Questo enorme patrimonio cartaceo, a partire dal 18 giugno, entrerà a far parte di un importante progetto di digitalizzazione per rendere accessibili queste testimonianze a tutti.