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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 31 ottobre 2026

C’è chi manifesta perché sono saltati il patto generazionale e il patto sociale. E c’è chi sporca la protesta legittima con la guerriglia. Anche oggi piazze piene, ben oltre la capacità di mobilitazione delle sigle - i sindacati di base - che l’hanno promossa, neanche fossero la Cgil dei tempi d’oro. È il segno di quanto profondo sia lo scontento in questo autunno con casse vuote, inflazione galoppante che divora i salari e shock energetico che diventa crisi industriale. Piazze piene di giovani, la vera novità di questa fase non solo italiana ma europea, alcune più allegre e colorate, altre più rabbiose, un melting pot senza una vera piattaforma, se non un bisogno di futuro di cui qualcuno dovrebbe farsi carico. Segno che un patto generazionale si sta sgretolando.

Piazze piene anche di lavoratori, agricoltori, categorie piegate dalla crisi. Segno che un patto sociale sta saltando. Piazze in larga parte tranquille, almeno fino al calar della sera, grazie anche a un’intelligente gestione delle forze dell’ordine, a conferma che non servono decreti, nuovi reati, grida spagnolesche ma presenza e sapienza, prevenzione e gestione elastica. Consentire un blocco pacifico di una tangenziale, come accaduto, è più utile che negarlo, insomma alcuni sfoghi sono un argine contro possibili radicalizzazioni.

Si tratta di immagini, sentimenti, volti che interrogano la politica tutta, percepita da chi manifesta come un “altrove”, il luogo separato della compatibilità rispetto al bisogno. Interrogano chi governa, perché prima ancora delle strumentalizzazioni, dei cattivi maestri e di chi soffia sul fuoco, c’è la brace del disagio con cui misurarsi. Anche il governo è - o quantomeno dovrebbe essere - un elastico, di cui fa parte l’accettazione delle critiche e l’ascolto.

Problemi anche per l’opposizione - E interrogano l’opposizione, che ieri ha annunciato le primarie a febbraio, per scegliere il leader, manifestazione icastica di una politica autoreferenziale, in linguaggi, grammatica e pensieri. Si illude chi pensa che, automaticamente, quel disagio diventi consenso per l’alternativa. Un rito per iniziati non incrocia sentimenti e risentimenti profondi.

Ma, anche ieri, i disordini: l’altro volto, incappucciato o meno, della protesta, inaccettabile perché della democrazia rappresenta la negazione e del dissenso civile un danno. Ne guasta le legittime ragioni, portando la discussione su un altro terreno. La bella immagine della ballerina, sulle note di Bella ciao, davanti al ministero dell’Istruzione viene sporcata dagli episodi di guerriglia a Roma e dai cartelli con Giorgia Meloni a testa in giù.

E così a Bologna le Fiamme gialle si tolgono i caschi e abbassano gli scudi davanti ai manifestanti che salutano con un “buon lavoro” - e lo stesso accade a Torino - è un’istantanea altrettanto bella sporcata poi dai soliti professionisti dell’eversione. Hanno un nome e un cognome, quel centro sociale Askatasuna che da trent’anni è protagonista di teppismo, attacchi alle forze dell’ordine, sedi istituzionali e aziende private. Rappresenta una ferita al cuore della città e della democrazia. E senza scomodare il Pasolini di valle Giulia su chi siano i veri proletari, forse andrebbe aperto un dibattito sull’indulgenza politica a Torino anche di una parte della sinistra e della borghesia progressista più incline a prendersela con le forze dell’ordine che col mondo antagonista.

Davanti alle due facce della protesta, si suggerisce, calorosamente, di non fare di tutt’erba un fascio, cedendo alla propaganda a favor di curva. Agli uni di non prendere una parte per il tutto, secondo uno spartito antico: criminalizzo il dissenso, per suscitare un riflesso d’ordine. Agli altri di non prendere il tutto per minimizzare una parte, perché non c’è disagio che giustifichi la violenza. Né si giustifica che parlamentari stiano tra chi lancia bottiglie contro la polizia. Chi rovina una bella giornata di democrazia non è un compagno che sbaglia, è un nemico della Repubblica. Punto.