di Rita Querze
Corriere della Sera, 28 marzo 2024
I dati Istat dicono che il contrasto alla povertà non sta funzionando: nel 2023 le famiglie in povertà assoluta erano l’8,5% contro l’8,3% nel 2022. Solo le società che producono ricchezza hanno le risorse per farsi carico dei propri poveri. E soprattutto per investire a monte, cercando di chiudere le “fabbriche della povertà” che sfornano disagio a ciclo continuo. Pensiamo all’inadeguatezza, in alcuni contesti, della scuola e della formazione. Siamo il primo Paese in Europa per numero di Neet, cioè di giovani che non studiano né lavorano: investire sulla scuola significa ridurre i poveri del futuro. Certo, poi bisogna pensare a quelli di oggi.
I dati Istat ci dicono che il contrasto alla povertà non sta funzionando: nel 2023 le famiglie in povertà assoluta erano l’8,5% contro l’8,3% nel 2022. Se guardiamo i singoli, gli italiani in povertà assoluta sono 5,7 milioni (il 9,8%, quota sostanzialmente stabile). Nel 2023 era ancora in vigore il reddito di cittadinanza, che evidentemente non è riuscito ad abolire la povertà.
Ce la farà l’Adi, l’assegno di inclusione? Le domande accolte (550 mila) sono meno di quelle previste (737 mila). Inoltre i dati ci dicono che tra i poveri ci sono anche molti lavoratori, che l’Adi ignora. In questo scenario l’auspicio più sensato sembra venire dall’Alleanza contro le povertà: un tavolo maggioranza-opposizione per affrontare il problema prima che si aggravi, sgombrando in capo dalle ideologie. E magari intervenendo anche sulle “fabbriche della povertà” che stanno a monte.










