di Elena Loewenthal
La Stampa, 18 novembre 2025
Non è dato sapere perché l’abbiano fatto, Alice ed Ellen. Di scegliere il suicidio assistito insieme dopo una lunga vita trascorsa insieme, sopra il palco e fuori dal palco. Certo è che doveva esserci, fra loro e con chi a loro è stato più vicino in vita, un cerchio degli affetti tanto stretto quanto tenace, e chissà quanto si sono immaginate e quanto si sono parlate di quelle ceneri che hanno chiesto di tenere tutte insieme, loro due e la mamma e il cagnolino. Ma noi non dobbiamo né vogliamo entrare in quel loro mondo intimo e prezioso. Così come non dovremmo entrare nel perché del gesto che le ha portate ieri via alla vita, insieme, dopo 89 anni trascorsi insieme - da gemelle, sorelle, persone che si sono volute bene. Questo confine fra il gesto, la loro scelta di morire, e il perché di questa scelta è proprio ciò che definisce il diritto civile cui le gemelle Kessler hanno potuto disporre nel loro Paese e che per altro verso avrebbero fatto molta fatica ad “ottenere” qui in Italia.
Perché la libertà di morire, e morire per propria mano nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, è nel nostro Paese ancora una delicata, ardua e non di rado impossibile passeggiata sul filo - dell’assenza legislativa, delle decisioni di un tribunale o di un altro, dello stigma di un certo, come dire, disprezzo. Mentre altrove è, semplicemente ma non per questo disinvoltamente, l’esercizio di un diritto. Civile, umano. Verrebbe da dire “primario”. Per il quale non c’è bisogno di giustificazioni, di motivazioni da passare al vaglio di commissioni, di impervie procedure talora più sfiancanti della malattia e delle sofferenze che hanno condotto a una decisione così drastica. Per questo noi non dobbiamo né vogliamo sapere come mai, per quali ragioni più o meno comprensibili le gemelle Kessler hanno deciso di chiedere e hanno ottenuto il suicidio assistito insieme. Non dovremmo chiedercelo mai, questo perché - e invece partire dal presupposto che se una persona, o due, arriva a una decisione del genere è perché ha delle ragioni “pesanti” sulle quali sarebbe giusto e doveroso non indagare, non esercitare alcuna curiosità, più o meno morbosa (come capita invece spesso).
Ma questo rispetto - della persona, del dolore e del desiderio, dell’affetto e del diritto - è possibile solo là dove questo diritto civile è tale di fatto e non solo di nome. Dove la libertà e la responsabilità dell’individuo trovano voce anche di fronte alla scelta di morire. E dove quel momento drastico di passaggio dalla vita alla morte per scelta non ha bisogno di narrazione perché è un diritto. Che è anche diritto al silenzio, prima e dopo.











