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di Gabriele Segre

La Stampa, 25 luglio 2025

Anche l’idea più nobile non vale nulla quando si rivela irrealizzabile. È una constatazione amara, soprattutto in un’epoca segnata da crisi incessanti e prive di sbocchi, dove perfino le soluzioni più sensate, giuste e lungimiranti appaiono svuotate, condannate a restare lettera morta. Che si tratti di sogni rivoluzionari o di progetti di riforma concreti, di utopie generate dalle nostre convinzioni morali o di soluzioni tecniche raffinate, il risultato non cambia: la nostra volontà appare sempre più irrilevante. E insieme al senso di impotenza cresce l’impressione che il problema non stia tanto nelle idee, quanto in chi dovrebbe tradurle in azione. Le forze politiche si mostrano disarmate, esautorate dal processo decisionale, mentre la democrazia finisce per delegare le proprie scelte più ai consigli di amministrazione che ai parlamenti.

Viviamo in un mondo in cui il potere non si raccoglie più attorno alle insegne dei partiti, ma si concentra sotto i loghi delle grandi multinazionali. Che il termine “oligarchi” sia ormai entrato nell’uso comune rivela quanto una ristretta élite condizioni - e in molti casi domini - i nodi strategici del nostro futuro: dall’intelligenza artificiale all’energia, dall’agroalimentare alla farmaceutica, fino all’industria militare.

Non è certo una novità. Fin dalle origini della democrazia, chi controllava il grano per il popolo, le armi per l’esercito o l’informazione per i media deteneva le chiavi della vita pubblica. Per questo, limitare la concentrazione del potere è sempre stato un pilastro dell’impianto democratico: un obiettivo tanto essenziale quanto la partecipazione dei cittadini o la tutela delle minoranze. Lo stesso principio ha cercato, almeno in teoria, di estendersi anche oltre i confini nazionali. L’architettura multilaterale e le istituzioni internazionali nate dopo la Seconda guerra mondiale avevano tra le loro aspirazioni fondanti anche quella di contenere gli squilibri tra le potenze, costruendo un ordine fondato su regole condivise e su meccanismi di garanzia comuni e reciproci.

La democrazia non è mai stata impeccabile. Più volte ha fallito nel tentativo di contrastare la tendenza del potere a travolgere ogni equilibrio. Eppure, per lungo tempo, abbiamo conservato la fiducia che, pur con tutti i suoi limiti, quel sistema potesse migliorarsi nel tempo, sostenendo chi si batteva per correggerne le storture. Ma oggi si è rotto qualcosa: non tanto i meccanismi, quanto la convinzione che possano ancora funzionare. È il patto stesso su cui si fonda a sembrare spezzato. Se oggi le sue imperfezioni ci appaiono intollerabili, non è solo perché la concentrazione di poteri e privilegi cresce in modo esponenziale, ma soprattutto perché nessuno sembra più avvertire il dovere - o avere la forza - di contrastarla.

È una frattura profonda, che investe tanto il contratto sociale all’interno delle società quanto l’ordine giuridico internazionale, dove nessuno sembra più disposto a porre limiti all’azione delle grandi (o piccole) potenze. Non odiamo Trump perché agisce in modo radicalmente diverso dai suoi predecessori, ma perché chi lo ha preceduto manteneva, almeno in apparenza, un rispetto formale per quel diritto, presentandolo come un orizzonte da preservare.

Le contraddizioni dell’Occidente, i suoi doppi standard, non sono mai stati un segreto. Basti pensare a quante volte abbiamo distolto lo sguardo di fronte a massacri lontani, mentre dispiegavamo truppe in missioni “di pace” là dove erano in gioco i nostri interessi strategici. Ma anche quando apparivano ipocrite, quelle scelte riuscivano comunque a orientare equilibri e influenzare decisioni. Oggi, invece, non è rimasto nemmeno quel minimo margine d’incidenza sul mondo, né la pretesa di una giustizia da perseguire. Balbettiamo di fronte alla tragedia di Gaza, mentre restiamo in silenzio sui massacri siriani. Chiediamo ai paesi africani di fare come predichiamo, senza più neanche curarci di nascondere che siamo noi i primi a violare quelle stesse regole.

Da tempo è svanita qualsiasi forma di autorità capace di correggere quei paradossi e ciò che resta oggi è la nuda consapevolezza della nostra impotenza. All’ipocrisia del passato si è aggiunto qualcosa di più amaro: la rinuncia a qualunque credibile esercizio di responsabilità.

Se esiste ancora una classe politica che si riconosce nei valori della democrazia e del multilateralismo, la sua missione oggi è recuperare la fiducia di chi non vede più - né nelle proprie società né nell’ordine mondiale - alcuna volontà reale di migliorare il sistema. Non possiamo cedere al cinismo di chi accetta il mondo trumpiano come inevitabile, né rifugiarci in un idealismo sterile, sognando un’età dell’oro che non è mai davvero esistita. Piuttosto, dobbiamo trovare la forza per scardinare almeno alcune delle concentrazioni di potere esistenti, prima che l’intollerabile si trasformi in indifferenza e il cuore della democrazia smetta del tutto di battere. Dimostrare che è tuttora possibile potrebbe perfino convincerci che le nostre idee abbiano ancora un senso.