di Maurizio Ferrera
Corriere della Sera, 29 giugno 2026
Ogni gruppo sociale ha bisogno di essere rassicurato ma ognuno in maniera differente. In un recente colloquio con Elly Schlein, Mario Draghi ha osservato che gli italiani hanno bisogno di essere “rassicurati”. La frase coglie un cambiamento. Per molti decenni la competizione politica si è giocata soprattutto sui temi della crescita economica, della redistribuzione del reddito o dell’identità. Oggi il terreno decisivo sembra essere un altro: la capacità di offrire protezione in un mondo percepito come sempre più incerto e minaccioso. I sondaggi registrano una diffusa inquietudine: il timore che le condizioni di vita possano peggiorare. Il dato più interessante di questa preoccupazione è la sua natura composita. Gli italiani percepiscono una molteplicità di fattori di rischio.
Secondo l’ultima rilevazione Eurobarometro, le principali paure riguardano l’economia - costo della vita, lavoro, reddito, crescita, tasse - seguita dal welfare, soprattutto la sanità, e poi dall’ordine pubblico e dall’immigrazione. Più distanti vengono il cambiamento climatico e le guerre. Fin qui nulla di sorprendente. Il punto decisivo è un altro. Per lungo tempo la politica ha dovuto affrontare una grande questione alla volta: la crisi finanziaria, la recessione, la pandemia, l’approvvigionamento energetico. Oggi non esiste più una minaccia dominante. Esiste invece un ventaglio di insicurezze che si sommano e si intrecciano, anche a seconda del gruppo sociale di appartenenza. I giovani chiedono soprattutto opportunità: casa, lavoro, istruzione, formazione. Gli anziani si preoccupano per le pensioni e la sanità. I ceti economicamente più fragili guardano al reddito e ai servizi pubblici; quelli più benestanti si concentrano sulla pressione fiscale, sulla crescita, sulla sicurezza internazionale e sul cambiamento climatico. La richiesta di protezione si è fatta così più segmentata.
La stessa Europa è percepita come parte del problema. Un tempo gli italiani erano fra i popoli più convintamente europeisti. Oggi solo il 46 per cento considera l’appartenenza all’Unione un fatto positivo; il 14 per cento la giudica negativamente e gli altri restano su posizioni intermedie. Secondo alcune stime, circa due terzi degli euroscettici manifestano simpatie per la Russia di Putin. Anche la guerra in Ucraina divide profondamente l’opinione pubblica: ai filorussi si affianca una componente pacifista, concentrata in particolare a sinistra, che rappresenta circa un decimo dell’elettorato. Questa frammentazione rende molto più difficile costruire una proposta politica convincente. Gli italiani chiedono contemporaneamente più welfare e meno tasse; maggiore sicurezza pubblica senza rinunciare ai diritti; più investimenti, ma anche conti pubblici solidi; una difesa più efficace e, nello stesso tempo, una minore esposizione ai conflitti. Non sono domande impossibili.
Sono però difficili da tenere insieme. È questa la vera sfida per l’ultimo scorcio di legislatura e per le prossime elezioni. Come rafforzare il welfare senza comprometterne la sostenibilità? Come finanziare gli investimenti necessari per la sicurezza ecologica e per la difesa? Come convincere gli eurocritici che l’Unione europea è ormai parte essenziale della risposta ai problemi della crescita, della competitività, della gestione dei flussi migratori e della sicurezza geopolitica? A queste difficoltà comuni si aggiungono quelle interne ai due schieramenti. Nel Campo largo riaffiora il tradizionale dilemma fra giustizialismo (pensiamo alla patrimoniale) e riformismo. Una frattura che rende più difficile l’obiettivo di ricalibrare il welfare a favore delle nuove generazioni. Vi sono poi le differenze fra i partner su ordine pubblico, immigrazione e difesa. Nel centrodestra le tensioni si concentrano soprattutto sul rapporto con l’Unione europea, sulla politica estera, sull’immigrazione, sui diritti civili e sul ruolo crescente delle forze più radicali, come il partito di Vannacci. C’è chi immagina una campagna elettorale dominata dalla rincorsa verso gli estremi. È possibile. Ma il grosso degli elettori continua a collocarsi nell’area centrale dello spettro politico. A differenza della Prima Repubblica, questo spazio non appartiene più stabilmente a un unico partito (la Dc): è un elettorato contendibile. Molto dipenderà anche dalla nuova legge elettorale e dall’astensionismo, ormai stabilmente elevato.
Mario Draghi riuscì a rassicurare il Paese non solo grazie alla sua competenza, ma anche perché il Covid e i suoi effetti rappresentavano una minaccia soverchiante, capace di unificare le priorità collettive. Oggi la situazione è diversa. Le paure non sono diminuite: si sono moltiplicate. La politica non può più limitarsi a promettere singole misure o a rincorrere le emergenze. Deve dimostrare di saper costruire un quadro coerente di protezione: del lavoro, della prosperità raggiunta, della salute, della sicurezza pubblica, dell’ambiente, della collocazione europea e internazionale dell’Italia. Ma anche protezione delle opportunità per le giovani generazioni. La coalizione che riuscirà a convincere gli elettori di saper tenere insieme queste diverse dimensioni avrà il vantaggio decisivo. Perché la domanda che gli italiani rivolgono oggi alla politica è meno ideologica che in passato. È principalmente una domanda di responsabilità. Ossia di istituzioni capaci di accompagnare il cambiamento, non di subirlo; di offrire sicurezza senza rinunciare all’apertura; di governare l’incertezza senza alimentare nuove paure. È questa, probabilmente, la prova più difficile che attende la prossima legislatura.










