di Alessandro Cannevale
La Verità, 12 giugno 2026
Dopo lo scandalo dei legali spiati in carcere insieme ai loro assistiti, la lunga marcia per il giusto processo riparte da Perugia a seguito della “batosta” del referendum. La lunga marcia degli avvocati per ora è solitaria: il governo è cauto, di fronte a una magistratura mai così unita e belligerante, i garantisti della sinistra si erano già defilati nella campagna referendaria, privi dei padri nobili ormai alle prese con la Giustizia divina - Leonardo Sciascia, Franco Cordero, Giuliano Vassalli, Marco Pannella. Ma ieri, a Perugia, qualcosa si è mosso e qui si è svolta la manifestazione nazionale indetta dall’Unione delle Camere penali per protestare contro quelle intercettazioni illegittime dentro al carcere.
Alle 11, in una giornata di giugno per fortuna un po’ nuvolosa, un gruppo di donne e uomini non più giovanissimi, per lo più in tailleur o in giacca e cravatta, si è riunito ad ascoltare e di tanto in tanto ad applaudire gli avvocati che si sono alternati al microfono.
Qualche turista ha scattato una foto. I legali hanno detto al microfono che i diritti umani sono di tutti, che anche gli imputati dei delitti più gravi hanno diritto di confidarsi con il difensore, di parlare con loro dei guai familiari, della disperazione dei genitori, della malattia o del disagio scolastico di un figlio, di una figlia anoressica o bullizzata, e soprattutto di sé stessi: dei timori, delle speranze, delle aggravanti e delle attenuanti, di un anno o di un mese di prigione in più o in meno, magari anche delle bugie che vogliono raccontare al giudice (perché l’imputato, qualcuno forse non lo sa, da noi ha il diritto di mentire). C’è chi ha avanzato la proposta di introdurre nuovi reati, per punire chi intercetta abusivamente per dolo o per colpa. Qualcuno ha auspicato l’intervento del ministro, della Procura generale, del Consiglio superiore. La mia proposta, la più modesta di tutte, è stata quella di “civilizzare” le intercettazioni.
Un tempo i grandi processi si basavano sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. C’è voluta una “lunga marcia”, partita dal caso Tortora e arrivata alla riforma costituzionale del 1999, per sottoporre le dichiarazioni dei collaboranti al vaglio del contraddittorio fra accusa e difesa e a una valutazione rigorosa basata su criteri obiettivi. È urgente introdurre analoghi principi nel processo a base d’intercettazioni, il format preferito dalle grandi Procure per i grandi processi perché prevede una difesa tardiva, inefficace, inascoltata, costosa per chi ha quattrini e meramente figurativa per i non abbienti, spesso derisa e talvolta criminalizzata. Il pacchetto preconfezionato dalla polizia giudiziaria transita dalle informative per il pm alla sentenza senza troppe difficoltà, all’esito del processo quasi sempre la Procura può scrivere nel suo comunicato che “l’impianto accusatorio è stato confermato”, ovvero che ha portato a casa qualche condanna. Di solito, questo “impianto” corrisponde perfettamente all’ipotesi del primo giorno dell’indagine: mai, o quasi mai, una falsa pista, un buco nell’acqua, un errore essenziale di comprensione o di valutazione.
Le intercettazioni oggi sono valutabili liberamente dal giudice e non esiste alcuna effettiva garanzia che in questa valutazione trovino posto un controllo rigoroso dei dati, una verifica fondata su riscontri obiettivi, un effettivo esercizio della logica giudiziaria e della logica comune nel passaggio dal senso letterale delle frasi intercettate alla prova dell’ipotesi d’accusa. Nemmeno il ricorso per Cassazione, anche questo è stato osservato dagli avvocati riuniti a Perugia, è una garanzia effettiva, perché i ricorsi per Cassazione - salvo alcuni, che esercitano sui supremi giudici un particolare appeal - devono essere macinati in tutta fretta. E se il giudice è troppo affaccendato, il ricorso è morto e sotterrato. A quanto pare è l’Europa che ce lo chiede, sembra che i giudizi sommari siano parte del Patto di stabilità. Non so se l’Europa ci chieda davvero che, per far prima, i processi li facciano la polizia e i carabinieri, mentre il pm “coordina” le indagini (qualcuno sa che vuol dire?) e il giudice ne ratifica i felici risultati. Può essere che sia così, di cose l’Europa ce ne chiede tante. So però che un simile modo di intendere il processo è triste e pericoloso. Forse la lunga marcia verso il giusto processo dovrebbe partire da una severa revisione critica del “processo di intercettazioni”. Un passo piccolo, certo. Ma di fare passi grandi, adesso come adesso, non è proprio aria.










