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di Eva Morletto

Grazia, 29 settembre 2022

Teheran è in rivolta dopo la morte di Mahsa Amini, massacrata dalla polizia perché non si era coperta il capo. Un’altra ragazza è stata uccisa per essersi tolta il velo islamico durante una manifestazione. E la protesta si allarga ad altre città.

La storia di Mahsa Amini, 22 anni, massacrata di botte e uccisa perché una ciocca di capelli sfuggiva all’hijab, il velo che copre il capo delle donne, ha forse avviato una nuova rivoluzione in Iran. La sorte toccata alla giovane iraniana non è solo un episodio di cronaca, ma ha ricordato a tutte la minaccia che incombe quando un Paese è in balia del fondamentalismo islamico. Simbolo di questa violenza è diventata anche l’attivista Hadith Najafi, 20, scesa in piazza per ricordare Mahsa e uccisa dalla polizia. Il suo gesto di legarsi i capelli in segno di sfida è diventato l’immagine della rivolta.

Qualcosa sta cambiando in Iran. Le donne e tanti uomini stanno dicendo basta alla repressione e le loro immagini sono diventate virali a livello globale grazie ai social. “Non ho mai visto così tante persone scendere in strada a manifestare”, racconta emozionata l’attrice e regista iraniana Shaghayegh Norouzi, cofondatrice del movimento antimolestie #MeToo nel Paese islamico e da sempre in prima fila nella lotta per i diritti femminili. “Ieri una mia amica è scesa in strada dopo aver postato un messaggio su internet. Le ho chiesto come mai non mettesse filtri alla propria voce, come mai non si proteggesse. Mi ha risposto che avrebbe messo anche il suo nome, che non temeva più niente, che era ora di alzare la testa”.

La polizia, che vigila sui comportamenti degli iraniani, si dota ormai di tecnologie sofisticate per individuare i manifestanti. “L’Iran è un Paese dove vengono spesi budget enormi per finanziare una polizia che può arrestarti se mostri una ciocca di capelli o se la tua gonna non copre la caviglia per intero. Hanno messo a punto sistemi di riconoscimento facciale. Per questo tipo di iniziative non sembrano esserci limiti economici. Invece, quando si tratta di proteggere le donne, lo Stato non mette un soldo: non c’è quasi nulla per finanziare programmi contro la violenza di genere, non c’è nulla per prevenire le aggressioni sessuali, che sono frequenti. D’altra parte, il ragionamento degli islamisti è questo: se tu ti vesti come prescritto dalle leggi islamiche, non c’è alcun motivo perché tu venga aggredita. Se ti violentano, se ti fai molestare, è perché hai sbagliato qualcosa, quindi la colpa è tua. La realtà è molto lontana da questo ragionamento, per questo è nato anche qui il movimento #MeToo”.

A chi le chiede se non abbia paura, se la polizia religiosa non la consideri un bersaglio, l’attrice risponde: “Tutte le donne in Iran possono essere un bersaglio della polizia morale. Esci di casa e puoi essere arrestata senza nemmeno saperne il motivo. Attualmente in Iran ci sono sette donne in prigione, sette donne poco più che ventenni, che rischiano ognuna dieci anni di carcere per non aver indossato bene l’hijab. La loro vita sarà rovinata”.

In questi giorni nel Paese internet non è facilmente accessibile e i social network sono più che mai sotto il controllo delle autorità. “Se queste manifestazioni sono state possibili, è anche grazie all’enorme solidarietà ricevuta da tutto il mondo sui social network. Da tre anni a questa parte i movimenti femministi hanno acquistato una nuova forza. La reazione delle iraniane è stata alimentata da un’opinione pubblica internazionale”.

C’è chi pensa che il velo islamico sia anche una libera scelta. “In Iran le donne sfidano la morte per liberarsi da questo simbolo di oppressione, ma rispetto l’idea di libertà di scelta”, dice Shaghayegh. “Bisogna però chiedersi che cosa ci sia dietro quella “libertà”. Le donne che scelgono il velo possono amare chi vogliono? Possono andare dove vogliono? Possono fare il lavoro che desiderano e che le rende economicamente indipendenti? Va considerato tutto questo prima di usare la parola “libertà”.

Da qualche anno, Shaghayegh Norouzi vive tra l’Iran e Barcellona. “Essere un’attrice in Iran significa che davanti alla telecamera non puoi mostrare la bocca, non puoi sdraiarti, non puoi fare nulla che richiami anche lontanamente la seduzione. Dietro la telecamera invece, gli uomini che lavorano con te non ci pensano due volte se vogliono farti delle avance pesanti e molestarti. Essere attrice in Iran vuol dire questo. Preferisco partire”.