di Vittorio Pelligra*
Il Sole 24 Ore, 31 agosto 2025
C’è un anello magico che ha il potere di rendere invisibile chi l’indossa. È quello di cui scrive Platone nel secondo libro della Repubblica. Si narra di Gige, un pastore al servizio del re di Lidia. Dopo un terremoto Gige scopre in una fenditura del terreno un antico cavallo di bronzo al cui interno giace il corpo senza vita di un gigante; al suo dito un anello d’oro. Gige se ne impossessa. Scoprirà quasi subito e quasi per caso, che l’anello è dotato di un potere straordinario: ruotando il castone verso l’interno, infatti, chi lo porta al dito può diventare invisibile. Gige ne approfitta: seduce la regina, congiura contro il re, lo uccide e si impadronisce del suo regno.
E noi cosa - ci chiede Platone - se le nostre azioni fossero invisibili agli altri? Cercheremmo comunque di agire secondo giustizia o, come Gige, liberi dalla paura di essere scoperti e puniti, saremmo spinti inevitabilmente verso il male? Platone mette in scena il mito nell’ambito di un dialogo tra Glaucone e Socrate. Il primo è convinto che la maggior parte delle persone pratichi la giustizia solo per convenzione sociale, per timore della punizione e del disonore. L’anello di Gige serve a mostrare proprio questo: la giustizia non è un bene intrinseco, ma un compromesso necessario per vivere in società. Socrate, al contrario, rifiuta questa visione così riduttiva. Egli sostiene che la giustizia è, innanzitutto, una condizione dell’anima. L’uomo ingiusto, anche se invisibile e impunito, vive una disarmonia interiore. La sua anima è dominata da desideri e impulsi che la rendono schiava. L’essere giusti, quindi, significa anche vivere bene in sé e per sé, indipendentemente dagli sguardi esterni. Ecco perché che è veramente giusto, anche indossando l’anello di Gige, non sceglierebbe la strada del male.
Il mito di Gige ci riporta ad una questione classica e fondamentale: perché dovremmo comportarci in modo giusto quando nessuno ci vede? È la stessa domanda che troviamo al centro di una complessa ricerca che Simon Gächter, Lucas Molleman e Daniele Nosenzo hanno appena pubblicato su Nature Human Behaviour e intitolata “Why people follow rules” (Perché le persone seguono le regole). Quali sono le ragioni per cui le persone seguono le regole? E tra tutte quelle possibili quali esercitano un’influenza maggiore? Le possibili ragioni sono tante, si diceva, e gli autori le sintetizzano con l’acronimo CRISP. Con il loro studio vogliono capire quanto la “conformità” alle regole (C) dipenda dal rispetto (R) dell’autorità o della tradizione e da motivazioni intrinseche che fanno percepire la regola come un “vincolo deontico”, cioè un dovere incondizionato e non strumentale.
Una seconda possibile ragione è quella determinata dagli incentivi materiali (I); quando, cioè, si rispetta una regola solo per evitare i costi delle sanzioni derivanti da una eventuale violazione. Ma le persone possono anche scegliere si conformarsi alle norme in virtù di aspettative sociali (S); perché si aspettano che anche gli altri si conformeranno alle regole e credono che gli altri si aspettino da loro lo stesso comportamento. Infine, molti possono essere mossi da motivazioni pro-sociali (P); sono quelli che considerano l’impatto che le loro scelte possono avere sul benessere di chi li circonda. Qual è tra tutte queste la ragione principale?
Per tentare di rispondere a queste domande, i tre ricercatori hanno progettato una serie di esperimenti che ha visto la partecipazione di più di quattordicimila volontari. Il paradigma di base di questi esperimenti è costituito dal cosiddetto “traffic light task” (il test del semaforo). Ogni partecipante dovrà spostare attraverso il cursore del computer un sullo schermo da una certa area a sinistra in un’altra zona a destra. A delimitare una zona dall’altra c’è una linea verticale con un semaforo. Ogni giocatore parte con una certa somma di denaro reale che si riduce via via che passa il tempo. Più tempo mpieghi a spostare il punto dalla partenza a sinistra fino all’arrivo a destra, meno denaro guadagnerai a fine esperimento. La cosa migliore da fare, dunque, se si vuole massimizzare il guadagno è quella di spostare il punto da destra a sinistra a destra il più velocemente possibile. Però c’è il semaforo che prima è rosso e solo dopo un po’ di tempo diventa verde. E nelle istruzioni del gioco gli sperimentatori hanno espressamente scritto che la regola è quella di non passare con il rosso. Nessuno può impedirlo; non c’è nessuno a controllarti. È come se indossassi l’anello di Gige, però sai che la regola c’è. Chi sceglie di passare con il rosso guadagnerà molto, chi sceglie invece di aspettare il verde perderà circa la metà della loro dotazione iniziale.
Questo paradigma sperimentale è progettato per generare una tensione tra il desiderio di rispettare la regola e l’incentivo a non rispettarla. Tra il beneficio intrinseco che deriva dall’aver fatto la cosa giusta e il costo monetario che ne deriva. I modelli economici standard su questo sono chiari: in assenza di sanzioni, il cento percento degli individui violerà la regola: tutti passeranno con il rosso. Ciò che emerge dai dati di Gächter e soci è, in realtà, molto diverso: la percentuale di coloro che scelgono si rispettare la regola si aggira tra il 65 e il 57 percento. La maggior parte dei partecipanti si ferma al semaforo anche se questo vuol dire rinunciare concretamente a una parte del guadagno. Il risultato è stato replicato molteplici volte sotto condizioni molto differenti e con campioni di partecipanti di diversa estrazione e nazionalità.
Sembra che la maggior parte di noi non si comporti come Gige. Pare che Glaucone avesse torto e Socrate, ancora una volta, fosse nel giusto. Ma come abbiamo detto il rispetto intrinseco per la regola e gli incentivi monetari, nel modello CRISP, non sono che due delle possibili ragioni che possono influenzare la propensione alla conformità. Ecco perché lo studio prevede altre due serie di esperimenti. In quello dove si studia l’influenza delle aspettative sociali e del conformismo, si misurano le credenze “normative” e “descrittive” di ogni partecipante circa il comportamento degli altri. La misura in cui ogni individuo crede che gli altri ritengano giusto rispettare la regola (aspettative normative) e quanto ciascuno pensa che la regola verrà effettivamente rispettata (aspettative descrittive). Se le norme sociali sono una delle ragioni che orientano le nostre scelte queste, allora, dovranno essere correlate con ciò che ci aspettiamo che gli altri pensino e facciano. E infatti i dati mostrano che quando si crede che pochi a ritenere giusto conformarsi alla regola - tra lo 0 e il 20 percento - il livello di conformità si aggira intorno al 35 percento. Ma quando la credenza si attesta tra l’80 e il 100 percento, allora il rispetto della regola cresce, raggiungendo il 56 percento. Nel complesso, i risultati di questo secondo esperimento, suggeriscono che i tassi di conformità riflettono una combinazione di rispetto incondizionato delle regole e di influenza sociale.
Il bene degli altri e la paura delle sanzioni - Ci sono altre due questioni da affrontare e sono quelle relative al ruolo di eventuali sanzioni e all’effetto che le nostre scelte possono avere sugli altri. Questo è il tema della quarta serie di esperimenti condotti da Gächter, Molleman e Nosenzo. Per testare il secondo aspetto - quello delle esternalità sociali - ogni soggetto viene informato che gli sperimentatori hanno donato $1 alla Croce Rossa a nome suo ma che tale donazione verrà ritirata nel caso in cui, nel “traffic light task”, egli decida di violare la regola e di passare con il rosso. Questo trattamento genera un conflitto tra il desiderio di guadagnare il più possibile, quello di rispettare la regola per ragioni intrinseche ma ora viene introdotto anche il costo di sapere che la nostra eventuale azione scorretta avrà ridotto il benessere di qualcun altro.
La questione delle sanzioni, invece, viene analizzata con un trattamento nel quale i partecipanti vengono informati del fatto che esiste una certa probabilità, del 10 o del 90, percento a seconda delle varianti, che un loro eventuale passaggio con il semaforo rosso, venga scoperto. In caso di infrazione riceveranno una multa pari alla perdita di tutto il denaro guadagnato fino a quel momento. Come reagiscono i volontari? I dati mostrano che la presenza di un beneficio sociale - la donazione alla Croce Rossa - fa aumentare il livello di rispetto della regola di altri 6.8 punti percentuale rispetto al livello iniziale, mentre l’introduzione di sanzioni genera un incremento - nel caso del 90 percento di probabilità - che arriva fino al 23.1 percento, portando la conformità totale al 77.8 percento. Le sanzioni contano, ma come si vede non sono sufficienti a generare un livello di conformità del 100 percento, come ci si sarebbe potuti aspettare.
In sintesi, dunque, i dati ci mostrano che una quota consistente di persone - il 22 percento circa - segue la regola in maniera incondizionale, anche quando trasgredirla sarebbe più vantaggioso economicamente e non comporterebbe conseguenze negative per nessuno altro. In condizioni di anonimato circa il 65 percento sceglie, infatti, di rispettare la norma. Questo suggerisce l’esistenza di una profonda disposizione interiore al rispetto delle regole.
Accanto a questa, anche le aspettative sociali hanno mostrato di esercitare un peso notevole. Quando le persone pensano che la maggioranza consideri giusto rispettare la regola, o credono che la maggior parte effettivamente la segua, la loro conformità aumenta sensibilmente. Passare dal livello minimo (0% - 20%) al livello massimo (80% - 100%) di tali credenze fa aumentare la conformità di circa 20 punti percentuali. Anche l’osservazione diretta del comportamento altrui ha un effetto simile: vedere altri rispettare o violare la regola influenza profondamente la propria scelta, a conferma di quanto la normatività sia un fenomeno eminentemente intersoggettivo.
Gli elementi prosociali, poi, cioè la consapevolezza che la propria trasgressione possa nuocere ad altri, spingono ulteriormente verso la conformità, ma in misura più contenuta. Infine, gli incentivi esterni funzionano, ma non tanto quanto si potrebbe credere. Una minaccia lieve di punizione non modifica sostanzialmente i comportamenti; solo sanzioni severe e credibili - requisizione totale del guadagno con probabilità pari al 90% - fanno crescere la conformità in modo significativo, ma sempre in misura inferiore rispetto alla forza del rispetto intrinseco e delle aspettative sociali.
Quando mettiamo insieme tutti i risultati dei vari trattamenti ciò che emerge è un mosaico composito di motivazioni plurali che mostra perché gli esseri umani decidono di seguire una regola. La struttura concettuale CRISP - rispetto intrinseco per le regole, incentivi esterni, aspettative sociali e preferenze prosociali - prende forma non tanto come un elenco rigido e meccanico, ma come una trama di spinte morali e pragmatiche che convivono insieme nell’animo umano.
Il dato forse più sorprendente è la forza del rispetto intrinseco. Anche in assenza di sanzioni, anche quando nessuno osserva, anche quando l’interesse personale suggerirebbe di trasgredire, una parte consistente delle persone continua a rispettare la regola. Questo nucleo di obbedienza spontanea appare come una sorta di fedeltà alla forma stessa della norma, un’eco di ciò che i filosofi chiamano “dovere” o “vincolo deontico”. Accanto a questo nucleo, le aspettative sociali operano come uno specchio interiore: gli individui modellano la loro condotta in base a ciò che credono che gli altri ritengano appropriato (credenze normative) o a ciò che immaginano che gli altri effettivamente facciano (credenze descrittive). Non si tratta solo di paura della disapprovazione, ma di un bisogno di coerenza con il tessuto sociale, quasi un desiderio di armonizzarsi a un ritmo collettivo.
Gli incentivi e le motivazioni prosociali completano il quadro: quando seguire la regola produce benefici per altri o quando la minaccia della punizione diventa concreta, la conformità aumenta. Ma ciò che colpisce è che questi fattori, pur importanti, appaiono accessori: potenziano una tendenza già presente, non la creano dal nulla. In questo modo lo studio sembra far emergere l’esistenza di una normatività sociale interiorizzata.
La normatività del diritto - Nel Novecento la riflessione sulla normatività del diritto si è articolata attorno a tre grandi prospettive, che segnano tre modi diversi di intendere il vincolo giuridico. Per Hans Kelsen, grande filosofo del diritto austriaco, teorico del giuspositivismo, la normatività del diritto si fonda interamente sulla validità dell’ordinamento. Il diritto non descrive fatti ma prescrive comportamenti, non ha bisogno di morale o di consenso. Ciò che rende vincolante una norma, infatti, non è il suo essere “giusta”, bensì il fatto di appartenere a una catena normativa che trova il proprio fondamento ultimo in una norma fondamentale, la Grundnorm, che non viene spiegata ma assunta. Come un assioma euclideo da cui le altre proposizioni derivano logicamente, la Grundnorm, giustifica ogni altra norma garantendo la coerenza interna dell’intero ordinamento. La normatività è quindi un fatto di struttura. Il diritto obbliga perché è valido, e la validità dipende dal suo posto nel sistema. Una posizione radicale che pure molto ha influenzato il pensiero giuridico del ‘900 ma che certo non è stata esente da critiche.
Herbert Lionel Adolphus Hart, professore di diritto ad Oxford, si muove su un piano radicalmente differente. Secondo Hart, infatti, il valore della normatività non si può cogliere pienamente senza guardare alle pratiche sociali concrete. Ciò che rende vincolante una regola giuridica, in altri termini, è il fatto che essa viene riconosciuta e accettata come criterio di condotta da una comunità di cittadini. Non di una presupposizione logica si tratta, ma di una convenzione sociale condivisa che rende possibile parlare di diritto. Ronald Dworkin spinge la riflessione sul tema della normatività ancora oltre. A suo avviso, la normatività del diritto non si esaurisce né nella struttura formale ma neanche nella prassi sociale, perché il diritto è intrinsecamente intrecciato a principi morali. Una norma obbliga non soltanto perché è valida o riconosciuta, ma perché emerge come portato di un tessuto di valori e di principi che danno coerenza e giustificazione all’ordinamento stesso.
Così, nel confronto tra Kelsen, Hart e Dworkin, il tema della normatività diventa una vera e propria linea di frattura filosofica: dal formalismo kelseniano, che radica l’obbligatorietà nel sistema stesso, si passa al convenzionalismo di Hart, che la riconduce alla prassi sociale, fino al giusmoralismo di Dworkin, che ne fa scaturire il senso ultimo dai principi morali e dalla giustizia.
Oltre la coercizione c’è la fiducia - Ragionando sul tema, nel suo recente La legge della fiducia (Laterza, 2021), Tommaso Greco sottolinea, un altro aspetto, trascurato dalle principali posizioni precedenti. Si tratta del fatto che “Il diritto ha una dimensione relazionale che non solo viene prima di quella coercitiva, ma serve anche per giustificarla”.
Obbediamo alle regole perché le viviamo come parte di un rapporto fiduciario, ci dice Greco. In assenza di fiducia e riconoscimento reciproco, la regola resta lettera morta nonostante la sua validità interna all’ordinamento. Ed è questo legame fiduciario uno degli elementi centrali che lo studio di Gächter, Molleman e Nosenzo sembra far emergere empiricamente: le persone rispettano le regole non solo per paura della punizione, ma ancora di più quando le percepiscono come parte di un ordine condiviso che dà senso alla vita delle comunità.
Questo significa che non ci limitiamo solamente a reagire alle regole individualmente, ma che tendiamo, piuttosto, a coordinarci sulle aspettative reciproche. Se penso che anche gli altri rispetteranno la regola, sarò più portato a farlo anche io. Se credo che gli altri la violeranno, la tentazione di trasgredire crescerà anche per me. È il meccanismo degli “equilibri multipli” che i nostri legislatori sembrano ignorare del tutto: la società oscilla tra cooperazione e disobbedienza a seconda delle aspettative condivise e non in base all’estensione dei divieti e alla severità delle sanzioni.
Le regole non funzionano quando sono temibili, ma quando sono credibili. La fiducia e non la coercizione, è il cemento vero della vita in comune. E in un’epoca in cui la fiducia scarseggia - negli alleati internazionali, nella politica interna, nella scienza, nella scuola, nella sanità, nei media, persino nelle regole basilari del vivere comune - questo messaggio appare di un’attualità e di un’urgenza disarmante.
Platone, con il mito di Gige, ci aveva avvertito del fatto che la vera giustizia si misura quando nessuno ci guarda. Oggi gli esperimenti di Gächter, Molleman e Nosenzo, assieme a molti altri, ci mostrano che quelli che decidono di “fare la cosa giusta”, anche al riparo da occhi indiscreti, sono molti di più di quanti si possa pensare; certamente molti di più di quanti giornali e telegiornali ci raccontino. Molti di più di quelli che compaiono nella narrazione prevalente. E sono così tanti non perché hanno paura delle pene, ma perché hanno fiducia negli altri.
La politica e le istituzioni, se vogliono mantenere il contatto con la realtà, essere efficaci ed utili, non possono esimersi dal riflettere su questo punto: una leadership che affida la sua tenuta solo a sanzioni e minacce finirà per riscoprirsi come un gigante dai piedi d’argilla. A segnare la qualità della vita delle nostre comunità non è il numero di telecamere installate per le strade e negli asili, come vorrebbero alcuni, ma la fiducia che siamo in grado di nutrire nelle regole stesse, nella credibilità di chi le emana e nella volontà dei nostri concittadini di rispettarle. La giustizia, quella vera, non nasce dal controllo esterno, ma dalla capacità di trasformare una regola in un dovere sentito e condiviso.
*Professor of Economics (13/A2). Department of Economics and Business - University of Cagliari











