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di Giorgio Varano*


Il Dubbio, 22 gennaio 2020

 

La comunicazione è di importanza fondamentale per la politica, ma anche per la giustizia. Il Consiglio Superiore della Magistratura ne è consapevole e ha assunto numerose iniziative in tal senso, non ultime le linee guida sulla comunicazione degli uffici giudiziari (2018) e le linee guida sulla comunicazione del Csm stesso (2010).

Il tutto però avviene in modo particolare, perché parte da un dato forse non conosciuto o comunque non abbastanza discusso: non esiste un codice etico e comportamentale specifico per i consiglieri del Csm. È abbastanza incomprensibile, perché i consiglieri appartengono a categorie professionali diverse, con differenti codici etici e comportamentali, e svolgono una funzione particolare diversa da quella delle professionalità di provenienza, che dovrebbe essere oggetto di una specifica disciplina deontologica e comportamentale.

Il motivo di questa assenza? Lo spiega il Csm stesso, in una delibera (dal tratto un po' ottimistico) del 20.01.2010: "L'aspetto precettivo e sanzionatorio, infatti, mal si concilia con lo svolgimento di un simile elevato compito istituzionale essendo lecito ritenere che la consapevolezza dei doveri insiti nella funzione sia connaturata al livello etico dei componenti eletti".

L'autogoverno dei doveri, in parole povere. Non a caso la parola "dovere" non compare una sola volta nelle cento trentuno pagine del regolamento interno del Csm del 2018 (attualmente vigente). Ma il punto non è (solo) questo.

Il Csm ha deliberato delle linee guida per gli uffici giudiziari in tema di comunicazione per tutti, tranne che per che per i propri componenti, se non con una risoluzione del 26.07.2010, che però riguarda la comunicazione del Csm in quanto organo, e non quella dei singoli consiglieri. Curare la comunicazione dell'organo di governo della magistratura - si legge nella risoluzione del luglio 2010 - parte dalla considerazione che "la fiducia nella giustizia è in qualche modo collegata alla rappresentazione che della stessa viene data attraverso i mezzi di informazione", pertanto la comunicazione diventa "strumento principale per la costruzione di un rapporto fiduciario tra i cittadini ed il sistema giudiziario". Interessante, ma è condiviso integralmente da tutti i componenti del Csm? I consiglieri tengono in considerazione questi principi quando comunicano all'opinione pubblica?

Inoltre, è veramente surreale leggere nelle linee guida per la comunicazione degli uffici giudiziari (delibera 11.07.2018) una serie di indicazioni per i singoli magistrati, a cui invece i singoli consiglieri del Csm - a quanto pare - possono non attenersi. Per esempio, evitare, nella comunicazione, la "costruzione e il mantenimento di canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", "l'espressione di opinioni personali o giudizi di valore su persone o eventi". O anche il dovere di curare, nella comunicazione, "il rispetto del giusto processo e dei diritti della difesa; la tutela della presunzione di non colpevolezza".

L'assenza di un codice etico e comportamentale specifico dei consiglieri e di linee guida sulla comunicazione degli stessi comporta conseguenze un po' spiazzanti per l'opinione pubblica. Il Csm ha un ufficio stampa, delibera alcuni pareri e li comunica, ma poi un singolo consigliere può - volendo - dire pubblicamente l'esatto contrario, non avere limiti comportamentali specifici per il proprio ruolo, o non rispettare le linee guida sulla comunicazione redatte dal Csm per i magistrati.

Più che innanzi ad un malinteso "autogoverno" della comunicazione, siamo agli "autogoverni" della comunicazione dei singoli consiglieri. Il Csm rischia di apparire come una sorta di federazione tra entità comunicative diverse e confliggenti, con un peso mediatico diverso delle stesse magari grazie a "canali informativi privilegiati con esponenti dell'informazione", e non come un organo unico autonomo e indipendente anche dalle esternazioni dei suoi componenti, dai quali del resto non prende mai le distanze.

Una delle regole più importanti della comunicazione di un organo istituzionale è l'unicità della sua voce pubblica. Altrimenti, per dirla con Karl Popper, "è impossibile parlare in modo tale da non essere frainteso". Speriamo, dunque, che non ci siano più fraintendimenti e che arrivino delle linee guida sulla comunicazione anche per i consiglieri del Csm e magari anche un codice etico e comportamentale specifico per gli stessi.

 

*Avvocato, responsabile Comunicazione Unione Camere penali italiane