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recensione di Giulia Ziino

Corriere della Sera, 8 maggio 2022

Lorenzo Marone si è preso a cuore la questione degli Icam, istituzioni dove le madri condannate alla detenzione possono tenere con sé i figli piccoli. È in una di queste strutture che ambienta il nuovo romanzo: né favola né storia a lieto fine.

Icam è una sigla, sta per “Istituto a custodia attenuata per detenute madri”. Gli Icam sono strutture sperimentali - la prima a essere inaugurata è stata quella di Milano, nel 2006, ora in Italia ce ne sono cinque - dove, se il giudice lo dispone e non ci sono altre soluzioni, possono stare le detenute madri con i loro figli finché sono piccoli.

Non sono vere case, non sono del tutto carceri: sono soluzioni possibili, forse compromessi. Una legge del 2011, la numero 62 del 21 aprile, ne regola l’impiego. È in uno di questi istituti - in un paesaggio ostile e secco, tra le montagne, che capiamo essere in Campania - che viene trasferita Miriam Capasso, giovanissima, in carcere per detenzione illegale di armi: “Per mio marito, gli ho coperto le cose sue, mannaggia a me”.

Miriam è avara di parole, già delusa dalla vita, e bellissima. Ha un figlio, come tutte le detenute qui: il suo è Diego, 9 anni. Un bimbo fragile, sovrappeso, con il cuore che funziona male, i capelli “del colore sbagliato”. Nel rione da dove vengono madre e figlio, a Napoli, Diego era continuamente vessato, bullizzato dai compagni di scuola più grandi, vincenti. Piegato.

Ogni giorno una guerra da cui cercava di difendersi, inutilmente, restando zitto, camminando sulle punte per sembrare più alto, non dare nell’occhio. Non si faceva notare, nemmeno in classe: “Non era tanto la timidezza a fermarlo, era l’azzardo a mettergli paura, il pericolo davanti al quale si sarebbe trovato alzando la mano, la possibilità concreta di finire dalla parte sbagliata, tra quelli che parlano senza sapere, e si riempiono la bocca di fesserie. L’aveva formato l’esempio materno, l’ordine inequivocabile al silenzio, per mostrare di sé il meno possibile”.

Arrivato lì, in quel posto strano, un microcosmo con le grate alle finestre e le porte che ogni sera, alle 22, vengono chiuse a chiave e i secondini ci sono, ma in borghese, Diego trova qualcosa. Qualcosa che nei giorni diventerà un grumo di coraggio, fiducia in sé stesso, degli amici. E cambia. Ma per quanto?

Quella di Diego non è una storia vera né una favola a lieto fine: lui e Miriam sono personaggi di finzione, al centro di un romanzo di Lorenzo Marone, “Le madri non dormono mai”. Una storia che nasce da un interesse reale dello scrittore napoletano per gli Icam, e per la loro possibile evoluzione, e da una visita fatta a quello di Lauro, Avellino, che Marone ha raccontato su “la Lettura” #528 del 9 gennaio. Incontri e storie. Anche qui, nel libro, madre e figlio non sono da soli: alle loro, si alternano le voci di tanti altri - detenute, guardie, bambini, volontari - a fare di questo un romanzo corale e denso, che a piccoli passi sempre più fondi ci restituisce un luogo, le sue contraddizioni. Perché “sarà pure che le celle restano aperte, e i bambini giocano per i corridoi e nel cortile, ma uscire non si può”.

Eppure è qui che Diego inaspettatamente sboccia, “come la pianta che si ambienta nel posto giusto e d’improvviso, da sola, si mette in testa di fiorire”. Lui, il più grande, fuori abituato a soccombere, si fa leader per i compagni più piccoli: Gambo e Adamu - di 6 e 4 anni, che “semplicemente ridendo si prendevano l’attenzione”, figli della nigeriana Amina dentro per induzione alla prostituzione - Melina, albanese di 5, con le gambe storte per malnutrizione e un quaderno sulle cui pagine fa collezione di parole, Jennifer, “che non teneva mai la bocca chiusa e nella vita ci stava da padrona”, l’unica con la quale “non siamo tanto amici, giusto un poco”.

Nell’universo chiuso dell’Istituto - non facile ma che viaggia su schemi diversi rispetto al rione - Diego ricostruisce un modello di casa, di famiglia, recupera in parte anche il rapporto con la madre ragazza, chiusa, che teme per quel figlio riuscito troppo buono: “C’era in lei l’eterno dubbio di farlo venire su deboluccio, l’atroce sentenza che al mondo l’avrebbe reso un condannato. E perciò si tratteneva dal fargli troppe moine, dosava con lui parole e carezze, a volte si cullava nel confortante pensiero che ci avrebbe pensato la vita stessa a irrobustirlo. La sua maniera d’essere madre non teneva conto dell’amorevolezza, anzi, la maternità era per lei affare di virilità, provava a metterci il coraggio e l’intraprendenza, faceva da madre coi modi dei maschi”.

Con Diego, e Miriam, perno del romanzo, ci sono gli altri: Miki “Poncharello” Cuomo, l’americano, la guardia, “prigioniero come lei, anche se in maniera diversa, prigioniero del suo lavoro, del passato, della famiglia, dei muri che la vita, il carceriere più crudele, gli aveva alzato attorno”. Greta, la dottoressa psicologa. Le carcerate - madri - e i figli senza le quali quelle donne “erano solo detenute”.

Ogni nome, una ferita. Anche per i più piccoli, innocenti ma prigionieri pure loro. La vita, fuori, li ha resi tutti come sono: il carcere - l’Icam - li punisce e li protegge, cerca di nutrirli, di dare loro un futuro da spendersi nel mondo esterno, di salvarli nel suo modo insufficiente, difettoso. Per Diego, quell’universo chiuso diventa la casa: il primo scontro con l’esterno - la scuola - romperà il vetro che si è costruito, che lo scalda, infrangendo il velo dell’illusione.

Vita e carcere, nessuno lo ha protetto. E se c’è stata per lui, per qualcuno, una speranza di redenzione, sarà il rione a riportarlo indietro: “L’aveva ghermito, aveva innestato in Diego l’idea di lotta, gli aveva dato in dote un’identità fondata sul nemico, dal quale per l’intera sua vita avrebbe provato invano a difendersi. E poco contava che fosse tra i perseguitati, che di colpe non ne avesse, e che da innocente s’arrabattasse a individuare una via di fuga: la violenza e la rabbia non facevano distinzioni tra oppressori e oppressi, prendevano chiunque”.

Nessuna favola, nessun lieto fine. Resta il romanzo, che piano piano ci fa entrare nelle vite, dosando italiano e qualche termine dialettale, ricordi e parlato, ci porta dentro le storie. Forse, come è per i buoni romanzi, ancora di più che se quelle storie fossero vere. Ma anche queste lo sono, vere. Nate dall’urgenza dello scrittore di raccontare quello che ha visto, quello che ha saputo. Ed è il romanzo che gli permette di andare in profondità davvero e portarci con lui. A lettura finita, restano addosso i personaggi e la spinta a conoscere la realtà. A fare, se possibile, qualcosa.