di Daniela Scano
La Nuova Sardegna, 1 febbraio 2021
La giustizia è malata, non solo di Covid. Il virus ha aggravato i sintomi di patologie croniche che a parole tutti vogliono curare, ma ciascuno dei diversi "dottori" vorrebbe farlo con la sua ricetta. Tutti propongono la propria ricetta, inadeguata o parzialmente efficace. Da anni negli uffici dei giudici di pace, nei tribunali e nelle corti di appello il personale (soprattutto quello amministrativo, perché non di soli magistrati sono popolati i palazzi di giustizia) va in pensione senza essere sostituito e lascia i propri fascicoli in eredità ai pochi che restano. Le stanze si svuotano dalle persone e si riempiono di faldoni. All'apertura di ogni anno giudiziario, magistrati, personale amministrativo e avvocati fanno le loro diagnosi con la stessa desolazione di medici che vedono la malattia ma non sono messi nelle condizioni di prescrivere una cura. Quel compito spetta ad altri. Le terapie scarseggiano, eppure sono semplici da trovare e basterebbe solo somministrarle al paziente in dosi massicce.
Per guarire la giustizia ci vogliono assunzioni, in tutti gli ambiti, di uomini e donne che siano messi nelle condizioni di farlo con tutto ciò di cui necessitano. Soprattutto in tempi di pandemia. In Sardegna i problemi sono quelli di sempre, da un anno a questa parte aggravati dal Covid: dopo una buona partenza per lo smaltimento dell'arretrato, la prescrizione dei reati è in aumento ovunque. La situazione non potrà che peggiorare, con le udienze che a causa della pandemia vengono rinviate agli anni che verranno. Chi aspetta giustizia comincia a rassegnarsi al fatto che il suo verdetto arriverà il giorno del poi dell'anno del mai. Se prima era un timore, per qualcuno sta diventando una certezza.
Gli avvocati, anche loro vittime collaterali del Covid, chiedono interventi strutturali che mettano il comparto giudiziario in sicurezza nel rispetto dei diritti dei cittadini ad avere giustizia. In questa situazione gli ultimi, i più vulnerabili, pagano un prezzo altissimo. Se è vero che la giustizia è lo specchio sociale degli aspetti peggiori e dei comportamenti devianti, al tempo del Covid in questo specchio si sono riflessi in modo particolare i diritti violati dei soggetti più fragili. Anche in questo caso il Covid non è stato la causa, ma l'effetto, di una emergenza che esiste da sempre e che troppo spesso rimane rinchiusa tra le mura domestiche. Solo che da quelle case della paura ogni tanto qualche vittima riusciva ad evadere e a trovare un rifugio sicuro, ma non nel terribile 2020.
Dietro quelle pareti e quelle porte chiuse, nei mesi del lockdown e più di recente nelle notti domestiche gialle arancioni e rosse, è successo di tutto. Le vittime non hanno potuto fare molto per sottrarsi alle violenze, alle prepotenze, alle umiliazioni, agli abusi. Donne e bambini sono rimasti esposti ai loro carnefici come vittime sacrificali. Perché è davvero difficile denunciare chi ti sta perseguitando mentre ti trovi sotto il suo spaventoso controllo. Quando il fenomeno delle violenze domestiche si inabissa nel segreto della famiglia, i numeri delle denunce che calano sono un segnale preoccupante. Quando sono stati attivati, i codici rossi sono scattati con difficoltà anche causate dai rallentamenti provocati dalla pandemia. Il mancato o ritardato rispetto dei protocolli per mettere in sicurezza le vittime è stato un effetto collaterale della pandemia
Perfino trovare un nuovo alloggio, non per fare un favore a chi maltratta ma per proteggere le vittime, sta diventando un problema. Mentre i sintomi segnalano una situazione di gravissima astenia da carenza di organici e mezzi, le terapie politiche si concentrano sulle riforme dei codici nelle parti più o meno gradite agli inquilini di turno dei palazzi del potere. Nel frattempo il paziente, l'apparato giudiziario, continua a patire. Gli ultimi sono i primi a soffrire. E non è solo colpa del Covid.











