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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 8 maggio 2024

Riunione tesa in Cassazione. Parodi stretto tra le critiche e i problemi interni. C’è tensione all’interno dell’Associazione nazionale magistrati. Ma è una tensione quasi inspiegabile: la riforma della separazione delle carriere corre in Parlamento, è vero, ma le forze politiche della maggioranza sono tutt’altro che compatte, non perdono occasione di dimostrarlo e la campagna referendaria è ancora tutta da giocare. Insomma, di motivi per coltivare un qualche cauto ottimismo, da parte delle toghe, ce ne sarebbero pure. E però la riunione della giunta dell’Anm andata in scena all’ultimo piano del “palazzaccio” della Cassazione a Roma è finita maluccio. Non si è riusciti nemmeno a chiudere il verbale. E i toni della discussione sono stati sin troppo alti. Sarà un fatto di inesperienza - molti membri della giunta non sono abituati ai ritmi effettivamente infernali della vita pubblica -, ma l’incidente sembra sempre dietro l’angolo e le dichiarazioni, per così dire, imprudenti si sprecano.

Per esempio, ieri mattina, dopo l’incontro annunciato (e privo di vero e proprio rilievo) tra la giunta e i rappresentanti di Forza Italia, Lega e Noi Moderati, il presidente delle toghe organizzate Cesare Parodi ha commentato davanti ai cronisti la decisione della maggioranza di falciare gli emendamenti parlamentari e approvare nel minor tempo possibile la riforma con parole sin troppo concilianti: “Lo possono fare e in fondo non sono nemmeno i primi a farlo”.

A parte che non è vero - è la prima volta che la “tagliola” sugli emendamenti viene utilizzata per una riforma costituzionale - di certo il presidente poteva uscire con dichiarazioni meno comprensive. Sia perché parliamo dell’azzeramento del dibattito in Senato (fatto che dovrebbe quantomeno perplimere chiunque ancora crede nell’istituzione parlamentare) sia perché il gioco della maggioranza è talmente chiaro da meritare una trattazione a parte: si tagliano gli emendamenti perché è la stessa destra a non essere concorde al cento percento sulla riforma Nordio. Rilevarlo non sarebbe stato grave, anzi sarebbe stato dovuto. Eppure non è successo.

La posizione di Parodi - sia detto come alibi - è molto complicata: martedì, con un’intervista al Giornale, il segretario della sua corrente (Magistratura indipendente) Claudio Galoppi ha sparato ad alzo zero contro l’Anm usando gli stessi concetti che di solito usa il governo: “Fa politica, non vuole discutere, è un organo dell’opposizione”.

Parole che suonano come una sfiducia nei suoi confronti. O che come tali suonano, al di là delle precisazioni di Galoppi sul fatto che si riferisse soprattutto al segretario dell’associazione Rocco Maruotti (Area dg) e alla precedente giunta presieduta da Giuseppe Santalucia (che aveva un segretario di Mi, Salvatore Casciaro). Quando, per fare un paragone, il segretario del Pd Matteo Renzi criticava il presidente del consiglio del Pd Enrico Letta nessuno interpretava la cosa come una spinta a migliorare o come un’accusa agli alleati.

Infatti quella storia è finita con Renzi che ha sostituito Letta. Galoppi non ha evidentemente alcuna intenzione di sostituire Parodi, ma di certo non parla a sproposito. Forse ha altre mire e guarda oltre mondo delle toghe, magari. O più banalmente sta provando a riposizionare il suo gruppo: la riforma andrà avanti, del resto, e a qualcuno bisognerà pure dare la colpa. Per esempio alle toghe rosse, accusate da sempre di avere sin troppi pregiudizi contro il governo. Lo stesso governo che un giorno sì e l’altro pure prende di mira ogni magistrato che assume una decisione sgradita. Senza mai entrare nel merito, ovviamente, perché il vero obiettivo è un altro: delegittimare, mettere all’angolo, isolare. È un metodo. Bisognerebbe prenderne atto.