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di Allegra Ferrante

Corriere della Sera, 17 settembre 2025

Intervista a Domenica Belrosso, dirigente del ministero della Giustizia, per anni alla guida del penitenziario femminile di Pontremoli e del Beccaria di Milano: “Queste giovani fanno gruppo perché spinte da un’intensa infelicità. Non rubano per ragioni economiche, ma per dire: io esisto”. “Sono kitsch, si mostrano spavalde. In realtà si sentono fragili, fuori posto. Il gruppo le salva, o almeno così credono. Per molte adolescenti diventare maranzine non è una scelta di stile, ma l’unico modo per esistere”.

A raccontarle è Domenica Belrosso, una colonna del sistema penitenziario minorile in Italia; ha iniziato da educatrice in carcere, oggi guida l’Ufficio dei Servizi sociali per minorenni del ministero della Giustizia, è stata a lungo vicedirettrice del Beccaria di Milano e poi direttrice dell’Istituto penale femminile per minorenni più noto d’Italia, quello di Pontremoli.

Come si formano questi gruppi di ragazzi che aggrediscono e rapinano i loro coetanei?

“Che i ragazzi si aggreghino, è normale. Che lo facciano per comporre un gruppo musicale in uno scantinato, anche. Che si radunino nei quartieri periferici o centralissimi di Milano per delinquere, è inammissibile. Ridurre il fenomeno alle cosiddette "baby gang" è un’illusione. Un’etichetta carica di pregiudizi e stereotipi che rischia di semplificare un problema dilagante e stratificato”.

Cosa c’è allora dietro l’etichetta?

“Giovani che si avvicinano l’uno all’altro perché motivati da un’intensa infelicità: tante infelicità messe insieme e condivise si trasformano in una piccola felicità. Come pezzi di un mosaico frantumato, provano a costruirsi un’identità. Anime confuse, spezzate, accomunate da dolori silenziosi che, aggregandosi, sperano di trovare un senso di appartenenza”.

Però rubano. Girano armati. Spaventano.

“I reati che commettono vanno oltre il furto o l’aggressione. Esprimono una dimensione più complessa: sono un modo per esercitare potere, un controllo sull’altro. La dinamica di gruppo accentua il senso di intimidazione. Il loro agire feroce, prepotente, vigliacco non nasce dal desiderio economico. Non esiste alcun vantaggio nel rubare un cellulare al solo scopo di rivenderselo pochi istanti più tardi. È l’impellente bisogno di colmare un vuoto di riconoscimento. È il dolente caos emotivo che li decompone”.

Fare del male per essere visibili?

“Diventare pericolosi è la risposta più immediata all’essere invisibili, ghettizzati, emarginati. Sono piccoli, brutti, sporchi, cattivi, stranieri, psichiatrici, drogati. A modo loro, provano a dire: io esisto”.

Questa esigenza di riconoscimento vale anche per le ragazze?

“È come un femminismo esasperato che pretende che le ragazze siano uguali ai maschi, passando attraverso le stesse storture, le stesse scelte insensate. Le maranzine al traino dei compagni, i maranza. Delinquere per loro. Con loro. Meglio di loro”.

Dunque un’inadeguatezza analoga, ma quasi esasperata?

“Si vestono in modo vistoso, ma si percepiscono brutte, marcatamente distanti dal modello della ragazzina della Milano bene. Lontane da quell’estetica raffinata, da un paradigma sociale idealizzato, da simboli di status irraggiungibili, economicamente inaccessibili. In questa non-logica, diventare maranza, anzi, maranzina, è percepito come l’unica salvezza”.

Resta spazio per l’incertezza, la debolezza, la preoccupazione nelle loro vite?

“Esibiscono una libertà sessuale (“Vado con chi voglio, nessun mi può fermare”) che rivela, in realtà, una inconsapevolezza della propria corporeità. Nel caso di un semplice riferimento alla clitoride, la reazione è sorprendente: diventano rosse, impacciate. E’ paradossale: pur essendo donne sotto tutti gli aspetti, sono ancora bambine. Alternano la rivendicazione di un’autonomia assertiva e trasgressiva (“Non mi puoi tenere in galera, comando nel quartiere”), a gesti di regressione all’infanzia, come dormire con l’orsacchiotto. Il desiderio di maternità, a volte inconscio e deluso, rivela un bisogno irrefrenabile di riversare tutto l’affetto e l’attenzione mai ricevuti”.

Come diventano “maranzine”?

“Si stringono a figure maschili che fanno reati, attratte dal ribelle con il coltello in tasca. Ne condividono ogni sorta di pratica trasgressiva, usi e abusi compresi. E in questa relazione disfunzionale provano a rintracciare un illusorio senso di valore, di protezione. “Solo lui mi potrà amare”, solo un uomo così. Un circolo vizioso che le àncora ai maranza e le definisce in un ruolo subalterno (“la donna di tizio”). È comunque una rivincita: non importa che provengano da contesti relazionali devianti e marginali. Desiderano essere amate”.

Desiderano affermarsi e scelgono un’identità che le porta a un’ulteriore marginalizzazione?

“Certo, ma è una strategia esistenziale ineludibile. Se non ti identifichi con qualcosa, sei invisibile. Non esisti. È una scelta obbligata. Lo ripeto: le ragazze di cui parliamo non hanno abbastanza fiducia in se stesse. Paradossalmente, in questa accettazione dell’inadeguatezza si cela una forma di rassegnazione attiva: la convinzione di non valere nulla si trasforma in una sorta di auto-convalida, per cui si può essere felici di sentirsi infelici. In assenza di modelli alternativi, di fronte alla prospettiva dell’invisibilità, l’adesione a questi gruppi diviene un orgoglio, l’unica via per rivendicare una propria presenza nel mondo”.

Che ragazze ha conosciuto a Pontremoli?

“Il quadro è di una complessità dolorosa. Una buona porzione di queste ragazze appartiene alle seconde generazioni, sono figlie di unioni miste, dove la madre ha spesso un passato da maranza. Una sorta di filiazione, una trasmissione quasi genetica di condotte e destini. Nonostante l’intenzione delle madri di desiderare un futuro migliore per le figlie, le vicende si replicano, creando “microfamigliole” con madri single, padri assenti ed il fidanzatino maranza della figlia al seguito”.

Il contesto sociale è sempre lo stesso?

“No, altre ragazze provengono dal cosiddetto “malessere del benessere”, dalla borghesia urbana. In questo caso c’è una paradossale assenza di gerarchia familiare, i genitori - spesso di elevato livello culturale e con un buon tenore di vita - si pongono su un piano di assoluta reciprocità. I parametri sono saltati, e ciò che sarebbe l’autorità dei genitori si dissolve, lasciando i giovani senza guida e contenimento”.

Ha notato qualche aspetto comune, al di là del background sociale?

“Un filo conduttore lega gran parte di queste giovani: molte di loro hanno già manifestato disagi a scuola, o sono seguite dai servizi di neuropsichiatria infantile o dall’assistente sociale per storie pregresse di fragilità. A ciò si aggiungono gravi problemi di tossicodipendenza, con scene desolanti di ragazzine di sedici anni senza denti, segnate dall’abuso di eroina mista a cocaina e alcol”.

Ricorda in particolare una di loro?

“Quella che appena arrivata a Pontremoli mi disse: “Non ho mai visto il mare”“.

Qual è il ruolo del sistema penitenziario minorile, come si interviene su queste ragazze?

“Bisogna spingerle di fronte al dolore che provocano all’altro, che sia un anziano, un coetaneo o una giovane donna: è l’umanità che si è persa. Che hanno perso. Non sono capaci di mettersi in relazione con l’altro, è una sofferenza difficile da gestire. E la soluzione è solo lì, nel riprendersi questo pezzettino. Tutti questi ragazzi hanno dei talenti, nessuno glieli vede. Bisogna cercarglieli, a costo di infilarsi dentro, di tenerli attaccati a qualcosa di buono. Spesso è troppo tardi. La frase “meno male che mi hanno arrestato, così vi ho incontrato”, che mi è capitato di sentire, è inaccettabile. Continuerò a lavorare per cercare di rimanere disoccupata. Dovremmo essere l’estrema ratio di situazioni marginali, dove proprio non sai più che altro fare. E invece…”.

Alcune di loro si salvano?

“Nonostante noi, direi di sì”.