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di Filippo Barbera

Il Manifesto, 27 febbraio 2026

Dopo l’arresto del poliziotto che ha sparato e ucciso a Milano, abbiamo visto all’opera uno schema retorico che serve soltanto a nascondere il problema. Nel 1986 alcuni commercianti senza scrupoli alterarono il grado alcolico del vino con sostanze illegali per aumentare i margini di profitto. La quantità dominava la qualità e il vino da tavola era indistinguibile dal vino del territorio. Lo “scandalo del vino al metanolo” che ne seguì provocò 23 morti e conseguenze gravi, tra cui la cecità, su decine di altre persone. L’export di vino italiano perse un quarto del fatturato. I fiumi si tinsero di rosso. Il caso, per quanto lontano e diverso, ci parla dell’oggi e della sparatoria di Rogoredo.

La prima narrativa pubblica fu quella delle “mele marce”: il sistema era sano e la devianza riguardava i singoli, casi isolati e devianti. Retorica che aveva il corrispettivo nella difesa dell’idea che esistono i poliziotti buoni e i poliziotti cattivi. Che i primi vanno difesi mentre i secondi vanno identificati e isolati. La seconda retorica fu quella dei “controlli”, giudicati come insufficienti e inefficaci. Sono necessarie più agenzie di regolazione, più poteri ispettivi e di sanzionamento, si disse. Chi oggi invoca norme più dure e sanzioni più severe per “chi sbaglia”, specie se è “uno che ci dovrebbe difendere”, va nella stessa direzione. Anche questa seconda retorica lasciava intatto il sistema, considerato come strutturalmente sano. Occorre punire e lavare i panni sporchi. Il problema, come la verità, continuava a essere là fuori.

Seguì una terza retorica, quella della “corsa al ribasso”. Qui il sistema cominciò a scricchiolare. Il problema, si disse, risiedeva nella catena del valore e nel ruolo svolto dalla grande distribuzione che vendeva a prezzi troppo bassi, schiacciando i margini degli intermediari commerciali. Il prezzo non è mai quello “giusto”, ma sotto un livello minimo diventa davvero impossibile garantire i margini minimi a tutti gli anelli della catena e chi detiene una posizione dominante, quindi la grande distribuzione, determina il mercato. Con la terza retorica ci si allontanò dal dualismo “poliziotto buono vs. poliziotto cattivo” per volgere lo sguardo verso i meccanismi strutturali di funzionamento interno. La devianza non era una patologia, ma una fisiologia del sistema. Non riguardava poche eccezioni ma poteva potenzialmente coinvolgere tutti. Il tema era principalmente di tipo economico e oggi rispecchia l’idea che gli stipendi sono troppo bassi e, quindi, la corruzione e la malversazione ne sono la logica conseguenza. Tesi, però, che non spiega perché così non fan tutti e ovunque. Se c’è un incentivo economico, in un sistema a stipendi fissi, perché non sono tutti “devianti”?

Fu con la quarta retorica che si mise a fuoco il problema in tutto il suo nitore. Fu quando il caso divenne politico, si mobilitarono i sindaci dei comuni - specie piemontesi - dove avevano la sede i commercianti coinvolti che chiesero al ministro competente nuove leggi a tutela e difesa della qualità del prodotto. Retorica, questa, che si consolidò nell’edizione annuale di Vinitaly, a Verona, dominata dal tema dello “scandalo del metanolo”, delle sue cause e conseguenze. Vinitaly fu un grande, enorme e partecipato rituale collettivo dove tutti gli attori della filiera, la politica, le professioni e i rappresentanti dei consumatori discussero e interagirono in compresenza fisica per giorni con un unico e condiviso fuoco di attenzione, un totem che tutti e tutte consideravano il centro della scena: la qualità di un sistema che era strutturalmente incapace di garantirla.

Non c’erano commercianti buoni e commercianti cattivi. Esistevano meccanismi e incentivi, complicità e connivenze, silenzi e mutui vantaggi. La vicenda di Rogoredo, oggi, ci parla di una situazione del tutto analoga. E non saranno le retoriche che lasciano intatto il funzionamento e la struttura del sistema a risolverla. Le forze dell’ordine sono l’anello di una filiera pubblica stratificata e complessa, che va dai sindaci ai cittadini, passando per le istituzioni e la politica. C’è un tema di qualità del lavoro, di democrazia interna, di meccanismi di selezione, di motivazione intrinseca, di stipendi ed equipaggiamenti, di rapporti di genere e sub-culture di gruppo, nonché di derive politiche autoritarie, che va politicizzato in modo pubblico e rendicontabile. Perché le mele marce non esistono, ma i sistemi che le producono sì.