di Ilaria Cucchi
La Stampa, 5 aprile 2022
Sono le 20 e trenta. Chiamano il procuratore generale perché il collegio è pronto. Sbircio tra le grandi porte chiuse e vedo il presidente firmare dei fogli. Sono 5 ore che aspettiamo. Anzi, sono esattamente 12 anni e mezzo. Tante sconfitte. Quante umiliazioni.
Stefano Cucchi era un morto che camminava. Un tossicodipendente in fase avanzata. Anoressico. Sieropositivo. Morto di droga. Anzi no: di epilessia. Morto per colpa della sua famiglia che lo aveva abbandonato. Illustri medici legali che lavoravano per lo Stato hanno sostenuto nei processi inverosimili cadute accidentali con lesioni multiple ma tutte rigorosamente lievi. Lievissime. Il tutto con tanto di disegnini illustrativi.
Ho passato una vita nelle aule di udienza. Oramai mi riconoscono tutti, sia a Rebibbia che a Piazzale Clodio. Sono tanto stanca e neppure Fabio ce la fa più. La nostra scorsa ho accarezzato Fabio mentre dormiva. Lo avevo preso a calci nel sonno. Stavo sognando Stefano che ne aveva combinata una delle sue. Il sogno era terribilmente reale: ero tanto arrabbiata con lui. Mi ero svegliata per questo. Stefano non può più farmi arrabbiare. Stefano è morto. È stato ucciso.
Oggi forse potrò finalmente dirlo a dispetto di tutti coloro che ci hanno ostacolato nella mia battaglia per ottenere verità e giustizia per lui. Mancano pochi minuti. Gli avvocati stanno di nuovo indossando le toghe per entrare in aula. Sono sospesa tra la fiducia ed il timore che prevalga ancora una volta la logica di potere del più forte a dispetto del fatto che la legge dovrebbe essere uguale per tutti. Ascolto la sentenza e capisco soltanto che gli assassini sono stati condannati. Definitivamente. Rimango ancora sospesa, incredula dopo tanti anni di verità urlata con tutte le mie forze ma negata con intollerabile arroganza.
È finita. Andranno finalmente in galera coloro che hanno colpito più e più volte mio fratello infliggendogli sofferenze che poi lo porteranno a morte in totale ed obbligata solitudine. Come mi sento? Me lo chiedono tutti. Non lo so come mi sento. So solo che ho voglia di piangere liberamente. Mi sento disorientata. Persa in un immane dolore per quanto inflitto alla mia famiglia durante tutti questi anni. Domani vedrò. Ora sono tanto grata al pm Musarò e a Fabio










