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di Irene Famà

La Stampa, 15 giugno 2022

Il primo libro della direttrice del Lorusso e Cutugno Cosima Buccoliero: “Serve contatto con l’esterno e comunicazione con la città”. “Senza sbarre. Storia di un carcere aperto”. Il titolo del libro della direttrice del carcere circondariale Lorusso e Cutugno (edito da Einaudi) e presentato ieri al Circolo dei lettori riassume a pieno il suo modo di condurre la struttura e di intendere la detenzione.

Un “carcere senza sbarre”. Utopia?

“Le sbarre non si possono eliminare, questo è certo. Ma nella mia idea, il carcere cerca respiro e contatto con l’esterno, si apre e comunica con la città”.

Uno scambio complesso. Quale la difficoltà maggiore?

“Il pregiudizio. Bisogna lavorare perché le persone non pensino che dietro le sbarre ci sono i “cattivi” e fuori i “buoni”. Un reato non coincide quasi mai con la totalità della persona”.

Tutto questo come si traduce nel concreto?

“In una maggiore conoscenza della realtà carceraria, di chi ci lavora e di chi è detenuto. Chi sta scontando una pena, poi tornerà libero e dovrà essere accolto. Ecco, questo percorso di accoglienza deve iniziare già prima”.

Il tutto si traduce nell’importanza del reinserimento sociale. È la sua missione?

“Più che una missione, direi che il mio è un servizio per i detenuti e per la comunità. Dotare le persone di una sorta di “cassetta per gli attrezzi”, con cui reinserirsi e ricostruirsi”.

Il libro parla della sua esperienza al carcere di Bollate, a Milano. Cosa le ha lasciato?

“A Bollate sono stata 16 anni, come vice e poi come direttrice. Mi ha dimostrato che questo modo di intendere il carcere è un modo che paga. Perché la detenzione non sia inutile”.

Un esempio?

“Stefania si è laureata dietro le sbarre: l’incontro con l’università e i docenti ha fatto la differenza nella sua vita. All’esterno, forse, sarebbe stato più difficile riscattarsi”.

Il riscatto è possibile per tutti?

“Sì”.

Davvero per tutti?

“Alcune situazioni sono più difficili, ma non impossibili. Come dice la legge, a ciascuno serve un trattamento personalizzato. A volte siamo impreparati ad affrontare certe situazioni, non sappiamo come fare”.

Il suo lavoro le è valso il riconoscimento, nel 2020, dell’Ambrogino d’oro. Si ricorda quel giorno?

“Come dimenticarlo, è stata una tale soddisfazione”.

Se l’aspettava?

“No, perché sono stata candidata da un gruppo di operatori e volontari di Bollate. È stato un riconoscimento del lavoro di gruppo, una conferma che mettere insieme competenze e risorse permette di fare la differenza”.

Accoglienza e umanità: parole chiave per lei. Che si è portata anche a Torino. Come si trova?

“Questa è una realtà interessante. C’è organizzazione, competenza, desiderio di far funzionare le cose. Un lavoro di gruppo all’interno e con l’esterno del carcere. C’è una grande sensibilità”.

“Senza sbarre” è il suo primo libro. Cosa l’ha spinta a scriverlo? Cosa vuole trasmettere?

“Spesso ci si ritrova a parlare di lavoro con i colleghi. Io volevo raccontare il carcere non solo agli addetti ai lavori, che già sanno, ma a chi questa realtà non la conosce. E raccontare che un modello di carcere, diverso da quello che si vede in televisione, è possibile. Bisogna incidere sulle relazioni con i detenuti”.

Anche la sua vita, in fondo, è scandita dalle sbarre…

“A Milano vivo in una zona popolare e capita spesso di incontrare chi è stato detenuto. In molti mi riconoscono, si fermano a parlare. Un uomo, mentre ero sul bus con mio figlio, si è avvicinato per raccontarmi ciò che aveva costruito una volta libero. Poi mio figlio mi ha chiesto chi fosse e gli ho spiegato. In famiglia, come fuori, cerco di trasmettere un messaggio: in carcere non c’è il male assoluto. C’è chi ha sbagliato e ha il diritto di essere recuperato”.