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di Gennaro Avallone

Il Manifesto, 15 ottobre 2026

Il saggio di Maurizio Alfano, “Migranti e repressione”, edito da Sensibili alle foglie. Il fenomeno delle migrazioni è quasi sempre associato a qualcos’altro, a un’altra parola. Il sociologo algerino Abdelmalek Sayad ha mostrato come, nei discorsi sulle migrazioni, raramente si parli dei processi migratori in sé: essi vengono piuttosto osservati e interpretati in relazione a qualche problema sociale. In questa prospettiva, le migrazioni finiscono per essere concepite come un’infrazione dell’ordine, come la causa determinante del disordine sociale. Senza le migrazioni, dunque, il disordine scomparirebbe o sarebbe quantomeno significativamente ridotto.

Seguendo questo approccio, ampiamente dominante nel discorso pubblico e politico, le migrazioni non sono comprese a partire da sé stesse, dalle esperienze e dalle traiettorie delle persone che migrano, ma vengono osservate dall’esterno, dal punto di vista delle società e degli Stati di immigrazione. Sono questi ultimi a essere chiamati a farsene carico, a gestirle e a governarle. Le persone protagoniste dell’esperienza migratoria finiscono così per scomparire dal campo della rappresentazione, mentre si afferma lo sguardo dello Stato: lo sguardo di chi deve identificare problemi, ristabilire l’ordine, controllare e intervenire. Il fenomeno migratorio viene così progressivamente costruito come una questione di sicurezza interna e, attraverso questo processo, come una questione di polizia.

Sin dal titolo del suo nuovo libro, Maurizio Alfano chiarisce che se vogliamo capire cosa accade nell’immigrazione che interessa l’Italia dobbiamo riconoscere quanto sia stata centrale la sua subordinazione alla militarizzazione delle politiche migratorie. Non a caso, il testo si intitola Migranti e repressione. La drammaturgia socio-penale del nemico e il sistema delle colonie penali indirette (Sensibili alle foglie, pp. 144, euro 16). Al centro si collocano le modalità di governo di questa parte della popolazione insieme alla sua costruzione politico-sociale come nemico interno.

Il testo è organizzato in due parti, con l’aggiunta di premessa e conclusioni. La prima parte, “La drammaturgia socio-penale del nemico”, si concentra sulla costruzione ideologica, emotiva e politica delle persone straniere come presenza ostile all’interno dell’ordine nazionale. Tanto che dell’immigrazione si occupa sempre più il Ministero della Difesa, che “opera oramai prevalentemente come Ministero della guerra nei confronti dei migranti”, coerentemente con una lunga deriva istituzionale e legislativa culminata nel nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, che, in Italia, assume le sembianze del blocco navale rivendicato dal Governo in carica.

La seconda parte, “Il sistema delle colonie penali indirette”, pone l’attenzione sul rapporto tra politiche migratorie e governo della manodopera, con particolare attenzione all’occupazione in alcune aree agricole caratterizzate dalla presenza di campi di accoglienza funzionali ai rapporti di caporalato, in assenza di politiche abitative ordinarie, che riconoscano la stabilità storica e strutturale della presenza di lavoratrici e lavoratori immigrati. Questa condizione viene riprodotta dalle scelte istituzionali, con l’obiettivo di costruire centri di reclusione e confinamento, in modo coerente con “un approccio che restituisce l’impianto militare e punitivo dello Stato che poggia sull’incriminazione preventiva e la carcerazione conseguente dei migranti”. È possibile cambiare rotta? Lo studio di Maurizio Alfano mostra che è necessario. E lo è tanto per combattere i processi di incarcerazione e i rapporti di sfruttamento economico quanto per difendere la libertà di espressione e dissenso di tutti.