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di Paola Balducci

Il Dubbio, 23 dicembre 2025

Ci ricordiamo di alcuni temi solo quando nella coscienza collettiva riesce a farsi strada il “dovere” di farlo. E c’è in effetti un momento, ogni anno, in cui il tema delle carceri italiane sembra riaffacciarsi con più forza nel dibattito pubblico: è il Natale. Un tempo simbolico, sospeso, in cui parole come umanità, dignità, misericordia e reinserimento tornano a circolare anche laddove, per il resto dell’anno, dominano rimozione, silenzio e anche quasi fastidio. Per qualche giorno, le celle sovraffollate, le vite sospese, le morti dimenticate sembrano rompere il muro dell’indifferenza. Poi, puntualmente, tutto torna com’era prima.

Il copione è noto e c’è un elemento che colpisce: a ridosso delle festività, il Presidente della Repubblica richiama il Paese alle proprie responsabilità. Lo fa nel solco della sua funzione costituzionale di garante dei diritti fondamentali, voce della Repubblica nella sua dimensione più alta e impersonale. Il carcere, ogni anno, torna nei suoi discorsi: come luogo di prova della civiltà giuridica, come cartina di tornasole della fedeltà alla Costituzione, che all’articolo 27 parla, con chiarezza, di pene che devono tendere alla rieducazione e non alla mera punizione.

Eppure, quei moniti sembrano cadere nel vuoto. Si ascoltano, si commentano, talvolta si applaudono, ma raramente si traducono in scelte politiche strutturali. È come se le istituzioni, pur formalmente attente, restassero sostanzialmente sorde a ciò che la Repubblica, attraverso il suo Presidente, continua a ricordare. Una sordità che non è solo politica, ma culturale: il carcere resta un tema marginale, buono per l’indignazione stagionale e del momento, non per una riforma profonda.

Nel frattempo, l’emergenza carceraria non conosce tregua. Sovraffollamento cronico, strutture fatiscenti, carenza di personale, assistenza sanitaria insufficiente, salute mentale lasciata ai margini. I numeri dei suicidi continuano a crescere, e non riguardano più soltanto le persone detenute. Si suicidano anche gli operatori: agenti di polizia penitenziaria, educatori, personale stremato da turni massacranti, responsabilità enormi e strumenti sempre più inadeguati. Un dato che dice molto di un sistema che non schiaccia solo chi è recluso, ma anche chi dovrebbe garantire sicurezza e trattamento.

Gli operatori sono pochi, sempre meno rispetto ai bisogni reali. E mentre si parla di emergenza, le risposte sembrano andare in direzione opposta. Le riforme degli ultimi anni, o presunte tali, hanno prodotto un paradosso evidente: più persone entrano in carcere, meno ne escono. Si inaspriscono le pene, si restringono le misure alternative, si alimenta l’idea che la sicurezza passi quasi esclusivamente dall’incarcerazione. Il risultato è un sistema che implode, incapace di reggere il peso che gli viene caricato addosso.

Così il carcere diventa un luogo di cui si parla sempre ma di cui non si parla mai davvero. Se ne parla quando tragicamente muore qualcuno, quando i numeri diventano troppo grandi per essere ignorati, quando il Presidente della Repubblica richiama tutti al senso di responsabilità. Ma poi, nella pratica quotidiana, prevale l’inerzia. Il carcere resta ai margini, lontano dagli sguardi, comodo da dimenticare.

Il Natale, allora, diventa una metafora amara. Un barlume di speranza che si accende, fatto di parole alte e richiami solenni, e che subito dopo si spegne. Finché il tema delle carceri non smetterà di essere un appuntamento rituale e diventerà una priorità politica stabile, quel ciclo continuerà a ripetersi. E con esso continueranno le morti, il sovraffollamento, la sofferenza silenziosa di chi è dentro e di chi lavora dentro. La Repubblica ha da sempre indicato la strada, senza aspettare festività o ricorrenze. Resta da capire se le sue istituzioni vorranno, finalmente, ascoltarla.