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di Ermanno Paccagnini

Corriere della Sera, 5 febbraio 2026

Un vero topos narrativo, il carcere, che nella letteratura mondiale ha conosciuto testi di assoluto riferimento, come De profundis di Oscar Wilde o Memorie dalla casa dei morti di Fëdor Dostoevskij, per gran parte legati a un racconto autobiografico, ma pure narrativi, come, per la letteratura italiana, Le mie prigioni di Silvio Pellico o Il carcere di Cesare Pavese per giungere a La morte dell’inquisitore di Leonardo Sciascia o, più di recente, agli scritti di Goliarda Sapienza. E, quale autentico antesignano di certo modo di narrare ormai sempre più frequente, ossia “lo scrittore e il carcere”: Meri per sempre di Aurelio Grimaldi.

Come appunto nel caso di Cuore nero di Silvia Avallone (Rizzoli, 2024): con quella sua protagonista, Enrica, nel cui passato stanno gli anni trascorsi in un carcere minorile, la cui realtà l’autrice ricostruisce sulla base della propria esperienza nel tenere laboratori di scrittura, in particolare nell’Istituto penale minorile maschile di Bologna, luogo al tempo stesso di definitiva condanna o di salvazione. Che è quanto accade a Emilia grazie all’amicizia con Marta, a una direttrice e a una psicologa innamorate del proprio lavoro, e alla volontà di far tesoro di una situazione scolastica davvero formativa e non da passatempo.

Un tema, quello di “non perdere la dignità e la speranza” in una situazione di perdita, anche per un tempo lungo, che è al centro di Fine pena: ora (Sellerio, 2015) di Elvio Fassone: un libro che “insegna che cos’è la prigione più di tanti trattati di criminologia”. Ventisei anni di corrispondenza tra Salvatore, condannato all’ergastolo dopo il maxiprocesso per appartenenza alla mafia catanese, e il presidente della Corte d’Assise che ha pronunciato quella sentenza. Due vite che si confrontano in uno scambio epistolare senza infingimenti, tra le domande anche a sé stesso del giudice e gli impegni con sé stesso a migliorarsi di Salvatore. E ne viene “un libro dolorante e bellissimo, una storia minuziosamente vera, scritta con umanità profonda, senza falsa pietà, senza linguaggi melensi” (Corrado Stajano).

Ed è con I cattivi di Maurizio Torchio (Einaudi, 2015) che, qui narrativamente, la dizione è affidata a un anonimo ergastolano condannato per sequestro di persona e per di più con un omicidio di una guardia carceraria durante una rivolta. Una voce che all’iniziale racconto dei sette mesi trascorsi in montagna con la rapita, fa seguire la narrazione della quotidianità della vita carceraria, fatta di rapporti con carcerieri e carcerati, di tanta solitudine, di dolorosi momenti di incontro con mogli e figli, di pensieri che trascorrono tra passato e presente, con qualche apertura su un futuro comunque indecifrabile, in un continuo scavo di coscienza.

Con Più alto del mare di Francesca Melandri (Bompiani, 2012) il tema carcerario è invece affrontato in una prospettiva inusuale: quella delle “vittime innocenti”. In questo caso due genitori appartenenti a due mondi lontanissimi, professore di filosofia lui, contadina montanara lei, che si recano in un penitenziario di massima sicurezza sull’Isola (in realtà l’Asinara, autentico personaggio nella sua veste ossimorica di paradiso naturale e realtà concentrazionaria) a trovare lui il figlio lì rinchiuso per banda armata e lei un marito la cui incontrollabile violenza l’ha condotto all’omicidio d’un guardiano. Un racconto che incrocia la prospettiva esterna al carcere, di chi si trova a fare i conti la propria vita “di prima”, con lo spaccato d’una dura realtà carceraria, rappresentandole con sguardo intenso e discreto.