di Gianfranco Pellegrino*
Il Domani, 14 agosto 2025
Chi ha la responsabilità genitoriale ed espone i propri figli a condizioni di incuria e negligenza ha colpe, certamente. Ma l’esercizio della cura e del controllo non possono avvenire allo stesso modo in tutti i contesti. Non c’entra nulla chi avrebbe dovuto occuparsi della scolarizzazione dei bambini a bordo dell’auto pirata di Milano? Non c’entra nulla chi dovrebbe occuparsi del fatto che vivono senza fogne? Non sono fattori che rendono più difficile l’onestà e la cura? Nella Sicilia dei tardi anni Novanta nella quale sono cresciuto, molti minori guidavano. Guidavano l’auto dei genitori e tutte le forme possibili e immaginabili di motocicli, guidavano, taluni, anche il trattore. Si favoleggia anche di uno che guidava la mietitrebbia. Guidare faceva parte dell’educazione del maschio, del rito di passaggio. Io che non guidavo conservo, nonostante tutta la mia civilizzazione, una spina interna dolorosa di inferiorità.
Non mi ricordo incidenti. E ovviamente chi guidava lo faceva con mezzi la cui proprietà era indiscussa. Si guidava, ma non si rubava. Né ovviamente si pensava che questi pre-adolescenti e adolescenti fossero responsabili dell’assurdità di infrangere leggi e norme elementari di precauzione e buonsenso. Diciamo che c’era una specie di cordone di controllo, permissivo ma potente, da parte della società adulta. Per esempio, mentre si perdonava il giretto in macchina per viali di campagna, non si ammetteva il giro su strade trafficate. E non si ammetteva, almeno dove sono cresciuto io (piccola borghesia di provincia), che si marinasse la scuola.
Invece, i bambini protagonisti degli incresciosi fatti di Milano a scuola non andavano da tempo, e non mi pare che le antenne di chi si cura della dispersione si fossero attivate. Ed è evidente che la responsabilità genitoriale in un campo rom viene esercitata diversamente. I minori non sono responsabili delle loro condotte, anche lesive e delittuose, come si è detto immediatamente e dappertutto, nei commenti a questi fatti. Chi non ha le condizioni per esercitare una scelta autonoma non può essere ritenuto responsabile. Ma la responsabilità, anche di chi ne è capace, può avere gradi. Si può riconoscere agli adulti in condizioni psicologiche precarie un minore grado di responsabilità. Lo stesso vale per chi si trovi in condizioni estreme di emergenza.
Allora, se si considera il quadro ampio, di chi sono le responsabilità di quanto commesso da questi bambini? Solo dei loro genitori, che vivono in una specie di campo di concentramento (perché questo sono i campi rom, e non ci sono argomentazioni di nessun tipo che li giustifichino)? Non c’entra nulla chi avrebbe dovuto occuparsi della scolarizzazione di questi bambini? Non c’entra nulla chi dovrebbe occuparsi del fatto che ci siano persone, sul proprio territorio, che vivono senza fogne? Non c’entra nulla chi dovrebbe considerare che condizioni di indigenza non giustificano i furti, non giustificano la negligenza, ma sono fattori che rendono più difficile l’onestà e la cura?
Chi ha la responsabilità genitoriale ed espone i propri figli a condizioni di incuria e negligenza ha colpe, certamente. Buon senso e legislazione vigente possono portare a togliere a genitori carenti il diritto di custodia e controllo dei propri figli. Ma l’esercizio della cura e del controllo non avvengono, né possono avvenire, allo stesso modo in tutti i contesti. E i nostri giudizi su quanto un genitore sia buono mutano a seconda dei contesti. Situazioni difficili e contesti di degrado rendono molto più pesanti doveri di cura che è molto più semplice eseguire quando si hanno buoni redditi e si vive in case pulite.
Il dramma di Cecilia De Astis e di suo figlio Filippo Di Terlizzi non si può sottovalutare. Ma per capirlo si deve pensare che esso derivi non solo dagli ultimi anelli della catena, né dai penultimi - non dai guidatori incauti, né dai loro genitori - ma da chi vive serenamente, magari in spiaggia, dimenticandosi che sul proprio territorio sono possibili quelle condizioni di degrado. E fa ancora più specie che questo accada nel comprensorio di una città di cui negli ultimi mesi si è parlato per affitti impossibili e speculazioni edilizie di lusso.
Bisogna capire se in questo paese crediamo ancora nell’eguaglianza. Se ci crediamo, non possiamo tollerare differenze così stridenti a pochi chilometri di distanza. Quanto dista quel campo rom dal centro scintillante di Milano? E che cosa separa il destino di quei guidatori minorenni della Sicilia della mia infanzia - alcuni di loro sono diventanti brillanti e stimati professionisti nel frattempo - da quello dei bambini rom di Milano? Davvero solo l’insipienza dei loro genitori?
*Filosofo











