di Luca Cereda
Ristretti Orizzonti, 19 aprile 2026
Le tavole illustrate da Ilaria Urbinati per il fumetto “Morire in carcere”, scritto dal giornalista Luca Cereda con la collaborazione dei detenuti di Ristretti Orizzonti, hanno ricevuto il terzo premio della giuria all’Annual 2026 di Autori di Immagini, durante la Bologna Children’s Book Fair. Una storia nata dentro il Due Palazzi di Padova che ha raggiunto l’Italia intera, e ora sale sul podio dell’illustrazione professionale. C’è una cosa che non sopporto dei premi: quando finiscono per raccontare più di chi li assegna che di chi li riceve. Ma questa volta è diverso. Questa volta il premio dice qualcosa di importante su di voi, su di noi, su ciò che ancora si rifiuta di restare in silenzio dentro e fuori da queste mura.
Il 13 aprile 2026, allo Spazio DumBO di Bologna, durante la cerimonia di premiazione dell’Annual, il riconoscimento più prestigioso che Autori di Immagini, l’associazione nazionale degli illustratori professionisti, assegna ogni anno nel contesto della Fiera del Libro per Ragazzi, le tavole di Ilaria Urbinati per il fumetto "Morire in carcere" hanno ricevuto la medaglia di bronzo della giuria, il terzo premio in assoluto del concorso. Un riconoscimento di eccellenza che arriva dal mondo dell’illustrazione professionale italiana, da una giuria di sette persone che ha valutato opere provenienti da tutto il paese, e che ha scelto di mettere sul podio una storia nata qui, dentro il carcere Due Palazzi di Padova, a partire dalle voci di Paolo, Mario, Amin e Tommaso.
Permettetemi di raccontarvi come è nato quel fumetto, perché la storia che c’è dietro vale quanto le tavole premiate.
Nell’estate del 2022, mentre l’Italia attraversava il suo annus horribilis (scrivevo, pensavo e quasi speravo, allora, e purtroppo il sistema penitenziario nazionale ha saputo fare anche di peggio) 84 suicidi in carcere, il numero più alto mai registrato in un solo anno nella storia repubblicana - ho cominciato a lavorare a un reportage a fumetti per La Revue Dessinée Italia, la rivista di giornalismo a fumetti che ha portato in Italia un formato nato in Francia. Avevo una convinzione precisa: che le carceri italiane non fossero soltanto un problema di numeri, ma un problema di storie non raccontate. O raccontate male. O, peggio ancora, non ascoltate.
Ho contattato Ornella Favero e la redazione di Ristretti Orizzonti. Ho chiesto a loro, a voi, di parlarmi, di aprirmi uno squarcio su ciò che giornali e telegiornali non mostrano mai: non la cella come scenografia, non il detenuto come categoria astratta, ma le persone. Paolo, che dopo otto anni al 41-bis non ricordava più il profumo delle sue figlie. Mario, che con il lavoro in pasticceria aveva iniziato a mandare soldi a casa e per la prima volta in anni non si sentiva un peso. Amin, che aveva visto la prima ecografia del suo nipotino attraverso lo schermo di un tablet. Tommaso, che aveva imparato a sopravvivere ai propri pensieri più bui agganciandosi alla voce delle sue figlie attraverso una videochiamata.
Storie vere. Nomi cambiati per tutelare la privacy, ma fatti reali, verificati, raccontati con la vostra collaborazione diretta.
Ho passato mesi a costruire quel testo. Poi è arrivata Ilaria Urbinati, illustratrice torinese di grande talento, che ha trasformato quelle parole in immagini. Nel making of pubblicato in calce al fumetto, Ilaria ha scritto una cosa che non dimentico: che il suo desiderio è stato quello di mostrare il mondo carcerario con delicatezza e rispetto, lasciando che l’impatto emotivo delle storie guidasse la sua mano. Il risultato, diceva, era colorato, pieno di sfumature. Reale.
Ecco cosa ha premiato la giuria dell’Annual 2026. Non un’illustrazione decorativa. Non un’immagine di repertorio, né una metafora visiva comoda e rassicurante. Ha premiato il coraggio di raccontare una storia vera con un linguaggio accessibile, popolare nel senso più alto del termine, il fumetto, senza scivolare né nel pietismo né nella retorica.
Victoria Semykina, presidente della giuria, ha spiegato che i criteri di valutazione privilegiavano complessità, originalità nella soluzione adottata e la forza dell’idea alla base del lavoro. Bene. Perché l’idea alla base di Morire in carcere è semplice e rivoluzionaria insieme: che voi, le persone ristrette, detenute, siate persone. Non categorie. Non casi. Non numeri in un rapporto. Persone con voci, desideri, dolori, relazioni, storie che meritano di essere ascoltate fuori da qui.
Quel fumetto è stato pubblicato su una rivista letta in tutta Italia. Ha raggiunto lettori che non avevano mai pensato al carcere se non come sfondo di un film. Ha messo davanti ai loro occhi la domandina per lo spesino, il doppio vetro del 41-bis, il medico che arriva quaranta minuti dopo, la barella che non arriva mai. Ha raccontato Muhamed, ventiseienne che mancava di tre mesi alla fine della pena. Ha raccontato Giacomo Trimarco, ventun anni, il più giovane tra gli 84 suicidi di quell’anno. Ha raccontato Aziz, che cucinava in bagno perché in cella non c’era spazio.
E adesso quei fatti, illustrati da Ilaria con la sua matita rispettosa e precisa, sono stati premiati alla Fiera Internazionale del Libro per Ragazzi di Bologna. Nel luogo dove si decide cosa raccontare ai bambini del futuro. Dove si stabilisce, ogni anno, quale immaginario consegnare alle generazioni che verranno.
Pensateci. Un fumetto sulle morti in carcere, nato dalla collaborazione con voi, premiato alla fiera del libro per ragazzi. Non è un paradosso. È una promessa. È la prova che ciò che avete vissuto, ciò che avete scelto di condividere con me e con Ilaria, ha trovato la sua strada verso l’esterno. E non si è fermato.
Io credo nei premi quando non celebrano solo se stessi. Questo premio non celebra l’illustrazione in astratto. Celebra una storia. La vostra storia. Quella che per troppo tempo è rimasta chiusa dentro queste mura, non per colpa vostra ma per l’indifferenza di chi stava fuori. Ora è fuori. Ha vinto un premio.











