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di Simona Musco

Il Dubbio, 24 luglio 2026

Non si abbassa l’età, ma i ragazzi saranno considerati automaticamente imputabili. Meloni: “Chi sbaglia deve rispondere”. Nessun abbassamento dell’età dell’imputabilità da 14 a 13 anni, ipotesi pure avanzata alla Camera da Forza Italia con una proposta di legge a prima firma Marta Fascina. Il punto centrale del disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri riguarda invece il criterio di accertamento dell’imputabilità dei minori di età compresa tra i 14 e i 18 anni. Il testo, come spiegato in conferenza stampa dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, interviene sull’articolo 98 del Codice penale, modificando il meccanismo con cui viene valutata la capacità di intendere e di volere del minore.

Con l’introduzione di una presunzione relativa di imputabilità: il ragazzo che abbia compiuto 14 anni e non abbia ancora raggiunto la maggiore età sarà considerato, in via generale, imputabile, salvo che venga dimostrata la sua incapacità di intendere e di volere al momento del fatto.

Si tratta, secondo Nordio, del “tassello finale” di un insieme di interventi sulla giustizia minorile che il governo ha adottato a partire dal decreto Caivano, in risposta a quella che l’esecutivo considera una recrudescenza della criminalità minorile. Misure che, secondo le critiche delle associazioni che si occupano del settore, hanno contribuito però a spostare l’equilibrio del sistema verso una maggiore risposta penale, tradendo i principi della giustizia minorile italiana. Il ministro ha escluso che la riforma sia legata a un singolo caso di cronaca. Nordio, che in apertura ha annunciato una sospensione dei termini per i procedimenti davanti al tribunale di Bolzano dopo il crollo di un’ala della struttura, ha infatti parlato di un “forte aumento” della criminalità minorile a livello generale, “sia quantitativamente che qualitativamente”. Da qui la scelta di completare quel percorso che ha, di fatto, introdotto nuovi reati e aumentato le pene, riempiendo gli istituti di pena.

Oggi, ha spiegato il ministro, “l’imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso. Con questa norma noi invertiamo l’onere della prova e la diamo per presupposta, salvo ovviamente la prova contraria che può essere trovata a seguito di indagini che possono ovviamente essere disposte dal pubblico ministero o dal giudice nei casi di competenza”. Nessun aumento delle pene in questo caso, ha precisato Nordio, ma soltanto uno strumento in più, a suo dire, per favorire le indagini. La riforma, ha aggiunto rispondendo a una domanda dell’Ansa, rappresenta infatti una “facilitazione del processo”, superando impostazioni risalenti al “codice Rocco”, quando “i parametri anche psicologici per quanto riguarda l’età erano ben diversi da quelli di oggi”, così com’era diverso il fenomeno della delinquenza minorile.

Il significato politico della riforma, ha concluso il guardasigilli, “è quello di facilitare le indagini”, oggi rese “più difficoltose dal fatto che la presunzione sarebbe esattamente opposta”. La relazione illustrativa chiarisce che “non viene eliminata la possibilità di escludere l’imputabilità nei casi in cui il processo evolutivo del minore risulti effettivamente incompleto o compromesso”. La modifica riguarda dunque il criterio di accertamento: l’incapacità di intendere o di volere non sarebbe più il presupposto da verificare per affermare l’imputabilità, ma una circostanza eccezionale da dimostrare sulla base degli elementi raccolti nel procedimento. Secondo il governo, la riforma bilancerebbe così la tutela del minore con la difesa della collettività, tenendo conto del “diverso livello di maturazione generalmente raggiunto dai giovani nella società contemporanea”.

L’esecutivo richiama inoltre l’aumento, secondo la relazione, di episodi che coinvolgono ragazzi sempre più giovani in reati particolarmente gravi, oltre al ruolo dei cambiamenti sociali e dell’impatto di tecnologie e social network sulla percezione delle condotte illecite, sui fenomeni di emulazione e sulla diffusione di modelli violenti. “Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne - ha commentato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Chi aggredisce chi rapina chi devasta deve pagare sempre anche se a 15 o 16 anni. Per questo abbiamo agito e continuiamo ad agire”.

La proposta ha però suscitato parecchie critiche. A partire da Antigone, secondo cui il rischio è quello di trasformare un sistema fondato sulla funzione educativa e sulla responsabilizzazione in un modello sempre più orientato alla punizione. “Che fine ha fatto il superiore interesse del minore?”, si è chiesta Susanna Marietti, coordinatrice nazionale e responsabile dell’Osservatorio minori di Antigone. L’associazione contesta anche l’idea che esista un’emergenza criminalità minorile tale da giustificare un cambio di impostazione. “Invece di chiederci perché sempre più adolescenti entrino in contatto con il sistema penale, si continua a rispondere allargando il perimetro della punizione”, afferma Marietti.

Critiche arrivano anche dal Partito democratico. “Una scelta sbagliata, che rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile”, ha commentato Michela Di Biase, capogruppo del Pd nella Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza. “Gli automatismi rischiano di sostituire alla valutazione della persona una risposta solo repressiva. Di fronte ai fenomeni di disagio minorile servono più prevenzione, servizi, educazione e sostegno alle famiglie”. Sulla stessa linea Devis Dori, deputato e capogruppo di Avs in commissione Giustizia alla Camera. “Ci eravamo illusi che la destra avesse toccato il fondo in materia di politiche giovanili con la pdl Fascina che abbassa l’età della imputabilità ai tredici anni. Invece oggi il Cdm sfodera un meccanico perverso per rendere ragazzini e ragazzine imputabili sempre e comunque, a prescindere dalle valutazioni del giudice sulla personalità e sulla maturità del minorenne - ha evidenziato -. Consola l’idea che la Consulta penserà a fermarli”.