di Roberta Polese
Corriere di Verona, 6 dicembre 2024
L’allarme del presidente della Corte d’appello di Venezia Carlo Citterio: “Se la mole di lavoro è destinata ad aumentare con le nuove norme del decreto flussi, non potremo rispettare gli obiettivi del Pnrr”. Lenta ma inesorabile. Questo si diceva una volta della giustizia. Ma ora ci sono tutti i presupposti affinché si realizzi solo la prima parte del proverbio. Il nuovo decreto Flussi infatti avrà un impatto non indifferente sulle Corti d’appello, che saranno chiamate a giudicare sulle sospensive richieste per persone che arrivano da Paesi non sicuri e sui trattenimenti dei migranti che, giunti in Italia con le navi o via rotta balcanica, appartengono ai Paesi cosiddetti “sicuri” e che quindi dovrebbero essere mandati nel centro per il rimpatrio in Albania.
Non ci sono numeri precisi che rappresentino la dimensione veneta del caso, a dare un numero di massima è Salvatore Laganà presidente del tribunale di Venezia, in cui ha sede la Sezione specializzata in materia di immigrazione formata da giudici che hanno competenze su questo tema. “All’anno arrivano dai nostri giudici 3.000 fascicoli relativi a persone che ricorrono contro la decisione delle commissioni territoriali, di questi casi almeno l’80% arriva da Paesi considerati sicuri”. Ora buo na parte di questi dovrà occuparsi la corte d’Appello di Venezia. Di qui l’allarme del presidente della Corte lagunare Carlo Citterio: “Se la mole di lavoro è destinata ad aumentare anche con questi fascicoli decreto Flussi, rischiamo di non riuscire a rispettare le norme che ci sono state imposte per il Pnrr”. In sostanza il principio è questo: se vogliamo gli investimenti nel settore della Giustizia i giudici devono smaltire rapidamente i fascicoli molto vecchi e devono assicurare che quelli nuovi abbiano tempi rapidi. Il parametro di riferimento è il dato pre-Covid del 2019 che per il presidente Citterio “è difficilmente sostenibile soprattutto a Venezia anche perché quell’anno vennero prese delle misure eccezionali non più replicabili: se arrivano fascicoli in più, e il personale rimane lo stesso, sforeremo con i tempi” dice. Quindi secondo i magistrati il nuovo Decreto Flussi, che sottrae la materia dell’immigrazione ai giudici che sono specializzati quell’argomento, per darla ad altri, rischierà di paralizzare un sistema già in difficoltà. Ma perché il governo ha preso questa decisione? Il motivo lo spiega l’avvocato padovano Marco Ferrero, specializzato da oltre vent’anni in materia di immigrazione: “Dopo alcune decisioni dei giudici di Bologna e Roma sui trattenimenti in Albania, che hanno preso in contropiede il governo “liberando” le persone migranti detenute nel Cpr in Albania sulla base della legislazione europea, il governo ha valutato le statistiche e ha deciso di togliere la materia ai giudici dell’immigrazione, che gli davano spesso torto, per far decidere su questo tema un “collegio” di giudici della Corte d’appello, sottintendendo che una decisione collegiale sia meno esposta alla politicizzazione del giudice singolo”.
Per capire bene l’argomento serve però aver chiaro come funziona la richiesta di protezione internazionale. Un migrante che arriva in Italia può giungere da un Paese non sicuro o da uno sicuro. I Paesi sicuri sono, 14, cui si aggiungono con la nuova legge Tunisia, Bangladesh, Egitto, Costa d’Avorio, Perù. Nel primo caso la commissione territoriale può decidere di dare o di non dare la protezione internazionale. Se non la concede si fa ricorso: prima del decreto Flussi la sola deposizione del ricorso alla Sezione territoriale dell’immigrazione generava la sospensiva del provvedimento, adesso il ricorso andrà depositato in Corte d’appello che dovrà esprimersi anche sulla sospensiva. Se invece la persona migrante arriva da un Paese sicuro dovrà essere trasportata nel Cpr albanese. “Prima però è un giudice che deve decidere se la persona può essere “deportata”, e va sottolineato che le norme europee chiedono ai giudici di entrare nel merito della persona migrante in questione, che pur arrivando da un Paese sicuro, può egualmente essere esposta a pericoli per la propria vita nel caso facesse ritorno nel proprio Paese, questo dicono i trattati internazionali che anche il nostro ordinamento deve rispettare”.









