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di Luciano Gualzetti*

Corriere della Sera, 10 febbraio 2026

Mentre Milano si illumina a festa aumentano gli ingressi del Centro Diurno dell’Opera Cardinal Ferrari e il numero di uomini e donne che chiedono un aiuto. In questi giorni vediamo una Milano bellissima vestita a festa per le Olimpiadi: la città brilla, si racconta al mondo come efficiente e vincente. Poi guardo il registro degli ingressi del Centro Diurno dell’Opera Cardinal Ferrari e leggo sempre di numeri crescenti di uomini e donne poveri, fragili, senzatetto: la scorsa settimana un altro non ce l’ha fatta, il sesto dall’inizio dell’anno a Milano. Il freddo non è un imprevisto: era annunciato, come i grandi eventi. Ma per qualcuno il freddo è una condanna. Ci diciamo che non è responsabilità di nessuno, ma che si dovrebbe fare di più, che però alcuni rifiutano l’aiuto.

È vero. Ma non è tutta la verità. La verità è che una città può essere modernissima eppure lasciare qualcuno indietro senza accorgersene. O accorgendosene troppo tardi. Perché le persone più fragili diventano invisibili quando non vediamo i loro a volte lunghi tragitti di impoveriti o quando vengono spostate altrove per non “disturbare”. 

Il rischio di accentuare con le Olimpiadi questo processo di esclusione per chi già vive una condizione di estrema vulnerabilità è alto. Mentre le Olimpiadi dovrebbero rappresentare una prova di maturità per la città anche da questo punto di vista: la capacità di una visione integrale per non lasciare indietro nessuno. A Milano il tema è particolarmente delicato, il numero delle persone senza dimora è in crescita. Sono oltre 2.300 e il loro disagio è spesso il risultato di una somma di fragilità: povertà economica, solitudine, problemi di salute, percorsi migratori complessi, perdita del lavoro e della casa, fratture familiari. Lo spirito olimpico parla di dignità, rispetto, uguaglianza e pace, compresa la cosiddetta tregua olimpica. Facciamo in modo che questi valori valgano per tutti, nessuno escluso e che, se la tregua non funziona tra gli Stati, eviti almeno i drammi delle morti in strada. 

Ogni giorno il centro diurno della Cardinal Ferrari ricorda che nessuno è solo nella propria caduta. Che si possono offrire appigli e appoggi per rialzarsi: un pasto caldo, una doccia, una parola detta con rispetto, un ascolto, un accompagnamento verso diritti negati e doveri verso se stessi e gli altri. Non sono gesti inutili: sono atti politici perché ridanno speranza. Milano deve ricordare che è davvero bella quando non distoglie lo sguardo su queste persone, quando accetta che la fragilità e il limite fanno parte della vita della comunità. Tutti - istituzioni, aziende, cittadini - dobbiamo ricordare che i segnali di impoverimento partono sempre da lontano: solitudini, ascolti negati, discriminazioni, individualismi, esclusioni, mancanza di opportunità. Concentrarsi solo sulla parte finale pur drammatica dei “senza” che noi incontriamo tutti i giorni - senza famiglia, senza casa, senza lavoro, senza istruzione, senza salute psichica o fisica che sia - ci rende impotenti fino allo sconforto per non riuscire ad aiutare veramente i tanti che chiedono aiuto: ogni morte in strada è una sconfitta per tutti. 

Per questo bisogna ripartire da politiche di welfare integrate, continuative e generose, con servizi sociali rafforzati e non sovraccarichi; con il lavoro di rete tra pubblico, Terzo settore e volontariato; con percorsi individuali che riconoscano la storia e i tempi di ciascuno. Contrastare povertà e crisi abitativa o lavorativa non è solo un dovere etico, ma una scelta conveniente. Ogni euro investito in prevenzione riduce i costi futuri in sanità, emergenza e sicurezza. Una società che protegge i più fragili è una società più coesa e più sicura. Le politiche di welfare non devono limitarsi a “rincorrere” il disagio, ma ridare opportunità per tempo. Quando una persona torna ad avere - o a non perdere - una casa, un reddito, una rete di supporto familiare o di quartiere, non è solo lei a stare meglio: è l’intera comunità che diventa più forte. Le Olimpiadi passeranno, le luci si spegneranno e la domanda resterà: che città siamo stati? Una città si misura anche da chi non sale sul podio. E da chi non è riuscito a sopravvivere all’inverno. A tutti la responsabilità, che parte da lontano, perché non accada più.

*Presidente Opera Cardinal Ferrari