di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 25 novembre 2021
Oggi si decide il presidente della polizia internazionale. Elezione turbolenta: il generale emiratino in corsa potrebbe avere autorizzato torture. La candidata ceca: "Impossibile ignorare le accuse". "Benvenuti all'Interpol", dice il cartello che all'aeroporto di Istanbul accoglie i delegati dell'organizzazione internazionale della polizia criminale.
In un centro congressi lontano dal centro città e blindato dalla polizia, i rappresentanti dei 190 stati membri dell'organizzazione internazionale sono chiamati a scegliere il sostituto del sudcoreano Kim Jong Yang, presidente uscente, in una disputa tra le più discusse negli ultimi anni. L'elezione è stata criticata prima ancora di arrivare al nome del nuovo capo: le organizzazioni per i diritti umani si sono mobilitate contro la candidatura del generale degli Emirati Arabi Uniti, Ahmed Naser al Raisi, accusato di avere approvato torture contro prigionieri e dissidenti nelle carceri emiratine. Quella di al Raisi non è l'unica candidatura controversa.
Hu Binchen, un funzionario della pubblica sicurezza cinese, è in corsa per un posto nel comitato esecutivo dell'Interpol, un organo di 13 rappresentanti che imposta i lavori dell'Assemblea generale. Il timore è che attraverso Binchen, che otterrebbe più poteri esecutivi, la Cina possa perseguitare all'estero i suoi cittadini accusati di reati politici. Dopo anni di critiche e richieste di riforme, l'assemblea generale dell'Interpol ha approvato il 23 novembre delle modifiche per garantire maggiore trasparenza sui candidati.
La candidata - Tra uomini, generali e funzionari della sicurezza che corrono per la presidenza, c'è anche una donna: la ceca Šárka Havránková, attuale vicepresidente dell'organizzazione poliziesca. Dopo aver ottenuto nel 1998 il diploma dell'accademia di polizia, si è laureata in diritto pubblico internazionale e ha iniziato a lavorare nel dipartimento di sicurezza della Repubblica Ceca a Praga. Dal 2004 è membro del Consiglio dell'Unione europea e nel 2008 è diventata delegata dell'Europol. È entrata nell'Interpol nel 2018 come componente del comitato europeo ed è diventata vicepresidente un anno più tardi. Una scalata rapida.
"Se dovessi vincere, il mio obiettivo primario sarà quello di rafforzare le voci dei paesi membri e le loro esigenze all'interno della governance dell'organizzazione", dice Havránková. La sua campagna per la presidenza ruota attorno a tre elementi chiave: "Migliorare la comunicazione tra il comitato esecutivo e i paesi membri; assicurare che le attività e il supporto dell'Interpol corrispondano ai bisogni concreti dei membri; accrescere l'importanza dell'impegno dei membri nella definizione delle priorità".
Per questo, secondo la Havránková, è importante accrescere il numero di agenti di polizia distaccati da tutte le regioni e avere una maggiore trasparenza nelle attività del Segretario generale. La vicepresidente si è espressa anche sulla candidatura del generale al Raisi. "È impossibile ignorare le accuse di crimini molto gravi affrontate da uno dei nostri colleghi in diversi paesi. Questa situazione mette l'intera organizzazione sotto un'enorme pressione e porta a una perdita di fiducia nei confronti della nostra istituzione", dice.
Havránková critica anche i viaggi istituzionali che il generale emiratino ha effettuato quest'estate in Africa e in Asia alla ricerca di voti per la sua elezione: "Non si può comprare il rispetto, bisogna guadagnarselo attraverso azioni specifiche. Il denaro, la ricchezza o il potere politico del paese non dovrebbero mai influenzare le prestazioni indipendenti della polizia".
Le "red notice" - Secondo avvocati di criminalità internazionale ed esperti di estradizione, uno dei nodi più controversi che l'Interpol deve risolvere è l'utilizzo delle "red notice", ovvero gli avvisi di arresto internazionali che gli stati membri sottopongono all'organizzazione. Gli "avvisi rossi" sono richieste inviate dall'Interpol alle forze dell'ordine di tutto il mondo in cui si chiede di localizzare e arrestare provvisoriamente una persona in attesa di estradizione o altri azioni legali.
Ong e associazioni a difesa dei diritti umani sostengono da anni che stati autoritari come Cina, Russia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Turchia si sono serviti di questo sistema per colpire i dissidenti residenti all'estero. Non tutti però vogliono rimuovere le "red notice", tra questi c'è Havránková: "Il sistema degli avvisi rossi è uno dei meccanismi più efficaci e più conosciuti di Interpol. Non spetta a me commentare i singoli casi, né commentare se gli Stati membri ne abusano o meno. Tuttavia, posso assicurarvi che Interpol fa molta attenzione a garantire che l'emissione di tutti gli avvisi siano controllati molto rigorosamente".
La strana coincidenza - Il principe ereditario degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed al Nahyan, ha visitato il 24 novembre il presidente turco Erdogan. Un meeting definito storico dato che l'ala dei Fratelli musulmani rappresentata da Erdogan è molto vicina al Qatar, paese finito sotto embargo dal 2017 fino al gennaio del 2021 dagli altri paesi del Golfo Persico (tra cui gli Emirati) e dall'Egitto.
La visita del principe al Nahyan, quindi, può essere interpretata in diversi modi: come una missione diplomatica per mettere pressione ai delegati ed eleggere il suo uomo (al Raisi), oppure per essere già pronto a celebrare una sua eventuale vittoria. "Questo lavoro è minato da individui che non capiscono cosa significa essere un vero agente di polizia. Il sistema Interpol deve capire questa vulnerabilità. È tempo di una riforma seria", dice Havránková. Oggi si saprà se avrà vinto la sfida e diventerà la seconda donna a capo della più importante agenzia poliziesca di cooperazione al mondo. Prima di lei ci è riuscita solo la francese Mireille Ballestrazzi, in carica dal 2012 al 2016.









