di Sara Cariglia
pensalibero.it, 5 aprile 2023
Il caso Cospito, il primo anarchico italiano finito nelle maglie infernali del 41-bis, da quasi 150 giorni in sciopero della fame contro l’emerito regime e contro l’ergastolo ostativo, quello che rischia di vedersi applicare, riapre il dibattito sull’annosa e mai risolta questione di ineliminabile trait d’union tra detenuti e organizzazioni criminali esterne e sulle alienanti contraddizioni del sistema carcerario.
Sara Cariglia ci conduce in un viaggio nei regni dell’affollata solitudine del 41-bis attraverso due interviste: la prima con Ornella Favero, direttrice della rivista della Casa di reclusione di Padova e presidente della Conferenza Nazionale Volontario Giustizia.
L’esperta di pene, con alle spalle vent’anni di galera, “vissuti non da persona detenuta certo”, dopo aver spezzato una lancia a sfavore del mondo a cinque stelle del 41-bis, si cala nei meandri delle sue irriguardose celle. Il secondo intervistato è Carmelo Musumeci, il primo ergastolano ostativo libero della storia di Italia.
Le ombre lunghe della “tortura democratica” del 41-bis - il cosiddetto “carcere duro” - arrivano ancora più lontano e s’adagiano trepide sul manto lugubre della irrevocabilità. Anche a fronte del giustizialismo selvaggio paventato da Alfredo Cospito, il primo anarchico italiano finito nelle maglie infernali del 41-bis. II caso dell’illustre anarco-insurrezionalista, da quasi 150 giorni in sciopero della fame contro l’emerito regime e contro l’ergastolo ostativo, quello che rischia di vedersi applicare, riapre il dibattito sull’annosa e mai risolta questione di ineliminabile trait d’union tra detenuti e associazioni criminali esterne e sulle contraddizioni del sistema carcerario.
In effetti, le prigioni italiane, come racconta a Pensa Libero Ornella Favero, direttrice di “Ristretti Orizzonti”, la prima rivista in Italia cui il mondo della detenzione fa riferimento, sono fatte anche da pezzetti di purgatorio piantati in terra: “Un paese civile non dovrebbe parlare di 41-bis perché Cospito sta morendo di fame in carcere, ma interrogarsi sul perché a distanza di trent’anni dalle stragi di mafia continui ancora a esistere un regime che risponda a una emergenza che non è più quella di oggi. Tra l’altro mi risulta che l’Italia sia tra i Paesi europei col più basso tasso di omicidi”.
Un intervento tutto da leggere, quello di Favero sul regime più truce delle patrie galere europee: “Io non sono così sicura che la lotta alla mafia si debba fare infierendo su quegli oltre 700 detenuti al 41-bis, alcuni addirittura da 23 anni, o che dal 41-bis sono passati a nuovi ghetti, i circuiti di Alta Sicurezza e poi sulle loro famiglie e sui loro figli perché, così facendo, non si uscirà mai da quella pericolosa sub-cultura per cui le Istituzioni sono il nemico”.
La giornalista, presidente della Conferenza nazionale volontariato giustizia, con alle spalle venticinque anni di galera, “vissuti non certo da persona detenuta”, rende noto il volto sfacciatamente dispotico del regime detentivo speciale: “La circolare che regola il 41-bis conta più di 50 pagine. È ossessiva. Regola perfino il numero di fotografie che i reclusi possono tenere in cella. Ma ogni essere umano, diceva un mio detenuto, è degno di essere trattato come una persona e “non un reato che cammina”; invece, il 41-bis, è un ghetto, anche quando è gestito in modo non rigido”.
La voce che arriva dal penitenziario “Due Palazzi” di Padova, dopo aver spezzato una lancia a sfavore del mondo a cinque stelle del 41-bis, si cala nei meandri delle sue irriguardose celle. Dice: “Esiste anche l’”area riservata” del 41-bis, un regime di isolamento pressoché totale, a tal punto che l’Amministrazione, per non subire accuse di disumanità, ha dovuto inventarsi per ogni detenuto isolato una dama di compagnia, il cui ruolo suona come una volgare e ridicola beffa”.
Quanto invece alla sorte dell’ergastolo? “Ci crediamo buoni”, conclude Favero, “perché abbiamo abolito la pena di morte ma non fingiamo di vedere che il carcere del “fine pena: Anno 9999” è più disumano della morte, proprio perché si sconta da vivi”.
E, tra i vivi, fa capolino il nome di Carmelo Musumeci, 67 anni, primo ergastolano ostativo libero della storia, con a curriculum tre lauree, 27 anni di galera, di cui 5 in regime di 41-bis. La battaglia dell’ex boss della Versilia, condannato all’ergastolo ostativo per omicidio e appartenenza a una organizzazione criminale, è anzitutto contro l’ergastolo “a vita”. “A me sembra che la conseguenza della “non collaborazione” sia una pena troppo alta e sproporzionata”, dichiara tranchant. “Cioè, togliere i benefici ai non collaboratori mi sembra una pena enorme perché la “non collaborazione” non è un reato. Al limite si potrebbe dire: “se non collabori dovrai fare qualche anno in più” ma è inumano dire: “se non collabori non uscirai mai”“.
L’ex-fuorilegge mette alla gogna anche il 41-bis: “Si afferma che il “carcere duro” non è afflittivo, ma necessario perché ha solo lo scopo di interrompere i legami dei detenuti con il mondo esterno e interno all’istituto di pena. I colloqui però si tengono attraverso un divisorio di vetro, sotto il controllo di un agente di polizia penitenziaria e sono videoregistrati, quindi le eventuali gesta, pizzini o altro, verrebbero, in tempo reale, riprese della polizia penitenziaria e portate a conoscenza all’autorità giudiziaria”.
L’uomo dal coté ribelle, un tempo conosciuto come la Belva della cella 154, incalza ora una serie di domande: “Perché allora al detenuto non viene data la possibilità di abbracciare gli anziani genitori che lo hanno messo al mondo? E questa tortura affettiva è necessaria per sconfiggere la mafia o serve per creare collaboratori di giustizia? “Ti torturo un po’ tutti i giorni e tutte le notti ma se parli esci, altrimenti stai dentro”, insomma come nel Medioevo”.
Musumeci non si ferma. Anzi, aggiunge altra carne al fuoco: “Forse a breve termine il regime di tortura del 41-bis ha portato allo Stato qualche vantaggio, ma a che prezzo? Al prezzo di aver rafforzato la cultura mafiosa, perché ha creato odio, rancore e devianza anche nei familiari dei detenuti? Sì, perché parliamo di un regime che non chiede di cambiare ma, al contrario, fa diventare più criminali di quello che si era, consiglia di usare la giustizia per uscire dal carcere, di fare i delatori e di mettere in pericolo i propri cari”.
A questo punto, il reo redento, duro e sicuro della sua protesta, la arringa senza pietà: “Penso che sia difficile smettere di essere mafiosi quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure per quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta. Con il passare degli anni, i tuoi stessi familiari cominciano a vedere lo Stato e le Istituzioni come nemici da odiare e c’è il rischio che i tuoi stessi figli diventino mafiosi in futuro”. Ed infine, le conclusioni: “La lotta alla criminalità organizzata, a mio parere, va portata avanti con cultura, intelligenza, razionalità e soprattutto rispettando la nostra Carta Costituzionale”.










