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di Fabrizia Giuliani

La Stampa, 20 novembre 2024

Questo è un pezzo sul 25 novembre, sul peso delle parole e delle parole che vengono dalle istituzioni e dalla politica. È un pezzo sulla paura e sul coraggio, la responsabilità e l’assoluzione. Ma soprattutto è un pezzo sul cammino, sul movimento, progresso o avanzamento, scegliete dal mazzo. Trasformazione, mutamento, possibilità di. Perché al fondo, la battaglia contro la violenza si gioca tutta su questo crinale: si può cambiare qualcosa che per secoli ha avuto la stessa forma, lo stesso assetto, lo stesso ordine, lo stesso significato, gli stessi silenzi e gli stessi colpi? Un sistema, detta altrimenti, che ha sempre funzionato così? A questo ci riferiamo quando a gran voce invochiamo il “mutamento culturale”, a questo si riferisce, da un anno, Gino Cecchettin, il padre che ha cambiato la storia, ha girato il cappello come dice un detto latino-americano, segnando un punto di non ritorno nella tormentata storia italiana del contrasto alla violenza contro le donne.

Con il suo gesto inedito, rovesciando ogni copione, ha preso su di sé la responsabilità, che non è la colpa: non è difficile distinguere i due concetti, si può fare. Ha descritto la cultura nella quale è cresciuto: il sistema e le sue regole, le sue battute, gli ordini e l’ubbidienza, la disponibilità, la divisione dei compiti; ha pensato a quanto aveva assorbito acriticamente, quanto aveva spezzato e quanto riprodotto. Si è chiesto se quella catena avesse pesato su Giulia. La sua grandezza non è solo nella scelta di affrancarsi da ogni logica primordiale di odio e vendetta, ma nel non chiamarsi fuori: ha detto “io c’entro”, che non vuol dire fustigarsi ma lavorare perché cambi la cultura di cui ci si riconosce parte, ossia quel piano che sembra non cambiare mai.

Non c’è cambiamento senza responsabilità: lo sa un padre e dovrebbero saperlo gli adulti, tutti. Invece assistiamo alla fuga, che vanifica ogni sforzo. È stato necessario un lavoro lungo e tenace per portare alla luce la natura della violenza, renderla riconoscibile, individuarne le radici. Quintali di ricerche, studi nazionali e internazionali per dimostrare che gli abusi sono endemici, sono nelle relazioni, nelle coppie, nelle famiglie. Sono anche per strada sì, ma quelli nascosti, quelli che degenerano e uccidono prima di morire sono nelle case. Decenni per rompere il mandato del silenzio, condannare legalmente chi li esercita e non moralmente chi li subisce, decenni di “Signora torni a casa, vedrà che un bel ragù sistema le cose” nelle caserme, e di “È sicura di aver espresso chiaramente il suo rifiuto?” nelle aule di tribunale.

Decenni per dire che la responsabilità, nella stragrande maggioranza dei casi non è dell’uomo nero ma di chi ha le chiavi di casa e affermare che lo Stato deve sostenere e aiutare, in ogni sua articolazione, il coraggio delle donne che non intendono subire più. Decenni perché il patriarcato è vivo e lotta in ogni colpo di coltello che registriamo, in ogni bambina che vola dai balconi.

Per questo parole come “la responsabilità della violenza è degli immigrati” non si possono accettare. Non sono vere, sono autoassolutorie e cariche di conseguenze. Valditara e Meloni invece di evocarle dovrebbero schierarsi a fianco di chi lotta ogni giorno dentro le case e nei tribunali contro i cascami di una cultura che non ammette la libertà delle donne, dovrebbero sottrarre la violenza allo scontro politico, alla paura, e riconoscere che la lotta contro i femminicidi è battaglia di tutti, è battaglia per la dignità del Paese. Il padre che ha cambiato la storia lo ha fatto, non deve essere lasciato solo.