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di Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera, 14 ottobre 2025

La polemica scatenata da alcune frasi della ministra della Famiglia e l’immensa opera di recupero della memoria della Shoah che rappresenta un’alta forma di giustizia per tante vittime innocenti. Ci auguriamo fortemente che la polemica, scatenata da alcune frasi pronunciate ieri dalla ministra della Famiglia, Eugenia Roccella, si ricomponga velocemente. Siamo sicuri che la ministra avrà modo di circostanziare il suo pensiero e di scusarsi con la senatrice Liliana Segre per aver definito delle gite (evidentemente inutili o semplicemente di svago) tutti i viaggi di studio organizzati da tante scuole italiane nei campi di concentramento e di sterminio nazisti, nei luoghi della Shoah.

Ritenere che l’immensa opera di recupero della memoria, svolta in questi anni da tante istituzioni, sia equivalsa a una subdola campagna della sinistra per identificare l’origine dell’antisemitismo solo nel Fascismo, offende l’intelligenza comune.

La memoria onesta e critica di ciò che è accaduto in momenti tragici e bui anche della nostra storia, rappresenta un’alta forma di giustizia per tante vittime innocenti, non solo ebrei, della furia nazionalista del Novecento. Un monito prezioso da trasmettere alle nuove generazioni, ancora più indispensabile oggi che ci troviamo a combattere nuove forme di antisemitismo. Se ci si divide, se si avanzano dubbi sulla bontà di tante iniziative, se si istillano infondati sospetti di strumentalità politica, non si fa altro che offrire terreno fertile persino al negazionismo. Non avremo mai una memoria condivisa di quel periodo ma almeno uno straccio di memoria comune, che non offuschi o persino cancelli pagine dolorose, è necessario al nostro vivere civile.

Chi scrive è presidente onorario del Memoriale della Shoah di Milano, aperto nei sotterranei della stazione Centrale di Milano. Un luogo - da cui vennero deportati ebrei, altre minoranze, rom, sinti, prigionieri politici del regime fascista e repubblichino - rimasto intatto e sconosciuto fino alla fine del secolo scorso. Se oggi esiste, ed è meta di tanti pellegrinaggi della memoria, lo si deve all’impegno trasversale di tante persone e associazioni. Senza colore politico, di tutti gli orientamenti. Un’istituzione italiana. Tra coloro che nel 1944 spinsero sui vagoni della morte Liliana Segre e i propri familiari, insieme a tanti che non tornarono, non vi erano solo soldati nazisti, ma anche tanti nostri connazionali. Nel Dopoguerra ci siamo cullati troppo a lungo sull’adagio confortevole degli “italiani brava gente”. Ma non eravamo tutti brava gente.