di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 7 novembre 2020
Ho sempre ammirato chi ha il dono della sintesi, in un Paese dove tutti straparlano di cose che non sanno; un po' meno, invece, chi conciona senza aver letto prima quel che ancora non c'è.
Così, su Repubblica del 5 novembre, a proposito della sentenza della Corte Costituzionale (la cui motivazione verrà per l'appunto depositata nelle prossime settimane) Liana Milella dà i voti, e come sempre lo fa usando l'accetta: "ha ragione Bonafede....che era ricorso a un decreto per obbligare le toghe... E hanno torto i magistrati" che, manco a dirlo (udite udite) "hanno subito ritenuto lesa la loro autonomia...".
Separato Abele da Caino, la brava giornalista ci informa che la Corte "non lascia spazio a critiche e a dubbi, né tantomeno a dubbi di costituzionalità". Ora, detto che la Corte va difesa sempre, e che si può esser d'accordo o meno con le sue decisioni, qualcuno dovrebbe spiegare all'ispettrice Javert che quando la Corte decide non può lasciare margini di incostituzionalità, sta lì proprio per questo, ma forse bisognerebbe leggere prima di scrivere trattarsi di "un giudizio che non lascia alcuno spazio a ulteriori dubbi interpretativi".
Ancora, proseguendo nella lettura, immancabile il rinvio alla "lista", ormai un bordereau, vero e proprio totem usato pour épater le bourgeois.
Fin qui, si dirà, peccati veniali; leggere è una cosa antica, studiare e capire non usa più, e in fondo, per citare un bel libro recente, "per il tuo bene ti mozzerò la testa".
Molto più semplice additare i giudici (e gli avvocati, ma quelli son per definizione cattivi come i loro clienti, presunti tali a prescindere) come inidonei a soddisfare i bisogni punitivi avvertiti dal popolo, dovendosi invece prediligere "il massimo rigore repressivo per esorcizzare l'angoscia generata dalla criminalità incombente", come ci ricorda Ennio Amodio.
Ma quel che proprio non si può leggere, accostato a vicende di mafia, è quel passaggio in cui la nostra (laureata in filologia) accusa i giudici di non essersi mai "pentiti" per le misure concesse; lo scrive così, tra virgolette. Affermazione offensiva e peraltro dimentica del fatto che i giudici hanno applicato norme del codice (perfino di quello fascista - tale è l'art.147 c.p.), non certo le norme introdotte dal Ministro (che infatti, come riconosce l'autrice, "la concessione dei domiciliari in tutti i decreti per il Covid è sempre stata esclusa per gli autori di reati gravi, come quelli di mafia"). Nel frattempo, si crepa di Covid. Le parole sono importanti, diceva Moretti in Palombella rossa, mollando due sberle alla giornalista "non alle prime armi". Nel nostro caso basta una smorfia, trattenendo la nausea.
*Avvocato











