di Gabriele Segre
La Stampa, 5 aprile 2025
Dopo che la commissaria europea Hadja Lahbib ci ha mostrato come preparare il perfetto kit per sopravvivere alle emergenze, in rete spopolano i consigli in merito. È curioso, però, che si discuta più degli accessori indispensabili da infilare nello zaino (dalle barrette energetiche al coltellino svizzero) che da quale catastrofe dovremmo salvarci. Forse perché, in fondo, non ci importa davvero. Che si tratti di un attacco nucleare, di una nuova super-pandemia, del collasso delle reti informatiche o di un’invasione aliena, è da tempo che non riusciamo più a capire cosa ci spaventa maggiormente. In un presente incerto, in cui la cronaca assomiglia sempre più alla sceneggiatura di una puntata di Black Mirror, anche la nostra paura è diventata multipolare: frammentata, confusa, continuamente alimentata da minacce da ogni direzione.
Kit d’emergenza o meno, si tratta di una nuova forma di inquietudine per la quale non siamo preparati. A differenza delle tante ansie che hanno accompagnato la nostra evoluzione, la “paura multipolare” ha qualcosa di radicalmente nuovo: non ci permette di identificare con chiarezza l’origine del pericolo. In un mondo senza più un centro, la prossima calamità può arrivare da qualsiasi direzione. O da tutte, contemporaneamente. E qui sta il vero rischio: per millenni, sono state proprio le minacce riconoscibili a orientare il nostro progresso. Sapevamo cosa temere e da lì iniziavamo a costruire. Oggi, in mancanza di un pericolo ben delineato, siamo ancora più disorientati.
Forse, i primi segnali di questo spaesamento sono arrivati con il Covid: la prima pandemia della storia che non potevamo attribuire all’ira di una divinità o alla conseguenza di una guerra. Abbiamo temuto per il contagio, per la salute dei nostri cari, per il collasso economico, per gli effetti psicologici del lockdown, per i vaccini, per il controllo del governo…. Da allora, l’elenco delle paure che non riusciamo a gestire è diventato infinito, proprio come il numero di attori e variabili che oggi dominano la nostra realtà. Chi può dire cosa ci inquieta di più? L’invasione russa o i dazi di Trump? Una crisi finanziaria globale o un’Europa che si riarma? Il potere incontrollabile dell’intelligenza artificiale o il ritorno dell’autocrazia? Ma c’è persino di peggio: vista la rapidità con cui eventi impensabili ci sono piombati addosso, è più che lecito temere ciò che ancora non ha un nome. Quello che si nasconde oltre l’orizzonte. Un’oscurità che nessuna torcia nel nostro zaino d’emergenza può davvero illuminare.
Alla fine, tutti questi timori si riassumono in uno solo: l’incertezza di un mondo che non sappiamo né prevedere, né governare. Ed è proprio su questo che la politica dovrebbe intervenire. Bene insegnarci come sopravvivere per 72 ore, ma forse, prima ancora, dovrebbe aiutarci a comprendere la situazione in cui ci troviamo. Prendere coscienza delle difficoltà sarebbe un gesto maturo, da adulti.
Eppure, tra i tanti modi possibili per affrontare l’ignoto, la politica sembra scegliere troppo spesso quello opposto: l’approccio infantile. Da bambini, chiudiamo gli occhi sperando che il mostro sparisca. Oppure ci aggrappiamo ai genitori, fiduciosi che sapranno salvarci. È una forma di fuga dalla responsabilità che conosciamo - l’abbiamo già vissuta, più volte. Si pensi soltanto al cambiamento climatico: da un lato c’è chi lo nega, dall’altro chi crede che un protocollo firmato riuscirà a fermare l’innalzamento dei mari.
Allo stesso modo, di fronte alle crisi che ci circondano, ci illudiamo che sia solo questione di tempo: che Trump e Putin non saranno eterni, come se i problemi dipendessero solo dai leader e non anche dal mondo che li ha prodotti. Oppure cerchiamo scorciatoie drastiche e definitive. Dipingere il Presidente Russo come il nuovo Hitler e dichiarargli guerra; boicottare gli Stati Uniti e abbracciare la Cina. O, al contrario, cedere al Cremlino tutto ciò che vuole purché ci lasci in pace, e liquidare Trump come un fanfarone senza sostanza. Va bene tutto, pur di tornare a respirare senza paura.
Ma se la politica continua ad assecondare questa infantilizzazione della società, alimentando la frenesia nel tentativo di placare la nostra fame di certezze, finirà per ottenere l’effetto opposto: farci sentire ancora più soli di fronte alle prossime, inevitabili, tempeste. Il suo compito, invece, è quello di guidarci verso una consapevole maturità. Non assecondare i nostri capricci, ma spiegarci che non basta chiudere gli occhi e invocare mamma e papà perché vengano a salvarci. Gli adulti chiamati a intervenire siamo noi. E solo noi possiamo costruire, insieme, un grande “kit collettivo” per affrontare il futuro. Difficile dire se sapremo riempirlo con il pragmatismo del presente o con la visione di un nuovo ordine possibile. Di certo, dovrà contenere una provvista fondamentale: tanta, tanta pazienza











