di Furio Colombo
La Repubblica, 15 ottobre 2022
La guerra sembra ora pendere dalla parte ucraina, ma bisogna impegnarsi molto per farla finire. Prima viene la proposta di una grande piazza della pace. L’idea è che vengano in tanti per dimostrare che in tanti vogliono la pace. Come si potrà continuare a negarla? Resta il problema: a chi si rivolge la grande piazza gremita, con che forza chiede, e da che forza attende risposta. In un altro punto dello spazio gremito di gente allarmata per una guerra che non finisce, ma oscilla tra vecchia guerra di trincea e guerra atomica, e l’oscillazione continua fra chi vince e chi perde, c’è una attività collettiva che si chiama “Tavola della Pace”, è ispirata dal Papa e dal pensiero cristiano e immagina non una implorazione ma un lavoro comune delle due parti, un lavoro bene organizzato come l’assemblaggio di un meccano. Le due parti conoscono i pezzi e i legami fra i pezzi e confidano che due intelligenze coglieranno il danno di continuare a combattere e individueranno percorsi di minimo accordo. C’è infine una terza area di perseguimento della pace, semplificando radicalmente il percorso in modo che sia chiara la responsabilità di chi partecipa e di chi rifiuta. Per finire la guerra ed entrare nella pace ognuno ha una sola carta da giocare. Ci deve essere chi vince e ci deve essere chi perde. È un percorso possibile, benché sgradevole e crudele per una delle parti, purché corrisponda al modo in cui stanno svolgendosi i fatti. Per esempio, nella guerra Russia contro Ucraina, la Russia vinceva fino a poco fa. Improvvisamente qualcosa è mutato, e l’Ucraina ha cominciato a riprendere i suoi territori senza cederne altri. A questo punto si verifica, come minimo, uno stallo. La pace come cedimento del presunto perdente non è più una opzione. C’è l’aggressione ma non c’è — ma non è più ovvio ed evidente colui che deve cedere.
Restano in ballo le parole “negoziato” e “diplomazia”, che in questo conflitto sono state usate con molto e occasionale opportunismo, sempre a ridosso degli interessi della parte che in quel momento vinceva. Per esempio, da parte di Putin o dei suoi portavoce si sono usate spesso le due parole (negoziato e diplomazia). Ma è sempre toccato a un improvvisato e inaspettato mediatore (il presidente turco Erdogan) far notare che le due parole, apparentemente miti, seguivano o precedevano la ripetizione della minaccia nucleare. A questo punto si vede con chiarezza quanto sia fondato il pregiudizio sul male della guerra, che i capi di Stato avevano promesso di tenere a distanza. La guerra autogenera guerra e non solo non tende a finire ma tende a restringere sempre di più lo spazio della pace. Dunque la piazza piena e la piazza vuota non sono il segnale di ciò che è accaduto e di ciò che accadrà e la Tavola della pace ha la grande e nobile qualità della preghiera il cui esito non siamo in grado di giudicare. Occorre, come per gli altri enormi problemi che la guerra ci ha portato (carestia, lavoro, materie prime, strumenti e modi di sopravvivenza) una strategia della pace (qualcuno deve impegnarsi a creare condizioni di pace, come stiamo cercando di impegnarci per avere e produrre gasolio) fino a quando avremo messo al sicuro i tanti che stanno morendo.











