sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vincenzo Scalia

volerelaluna.it, 19 ottobre 2026

Le manifestazioni del 17 ottobre 2026 in Italia e all’estero hanno suscitato l’interesse e la preoccupazione degli osservatori. Mentre la premier si pronuncia nell’ennesima giaculatoria di condanna e l’opposizione annaspa tra incapacità di leggere i fenomeni sociali e paura di esporsi. Eppure, i fenomeni sociali, prima di essere etichettati e classificati, quindi denigrati e meritevoli di repressione, andrebbero conosciuti e analizzati. Non si tratta di operare un’apologia del vandalismo, bensì di porsi una semplice domanda: che succede? Per quanto ci riguarda, il caso italiano, nella sua specificità, rappresenta un ottimo caleidoscopio, da scomporre nelle sue diverse cromaticità e poi provare a ricomporre.

Si potrebbe cominciare da quanto, un paio di anni fa, aveva notato il compianto Emilio Quadrelli: siamo di fronte a un gruppo sociale ibrido. Sono giovani dal punto di vista anagrafico, ma sono anche adulti, perché entrano precocemente nel mondo del lavoro e spesso si sobbarcano responsabilità familiari sproporzionate alle loro possibilità. Sono italiani, perché nati e cresciuti qui. Ma continuano ad essere stranieri, per colpa di una legislazione becera che italianizza chi ha un bisnonno di Canicattì e l’Italia non l’ha mai vista, purché faccia gol in Nazionale. Ma considera straniero chi in Marocco, in Albania, in Senegal, in Ecuador, ci sarà stato un paio di volte nella sua vita. L’analisi di Quadrelli si è rivelata profetica, anche se va arricchita di alcuni spunti.

Innanzitutto, quello che sgomenta gli osservatori è la mancanza di un leader o di un’ideologia tra i giovani che scendono in piazza. Effettivamente, l’organizzazione e l’elaborazione, costituiscono filtri robusti rispetto al piano rivendicativo. Peccato che abbiamo a che fare con una generazione che ha attraversato il vuoto ideologico approntato dalla generazione precedente, nonché coltivato scientemente in quanto considerato come un anticorpo contro la radicalizzazione e l’irrigidimento. Solo che, in assenza di identità robuste, di prospettive occupazionali, di welfare, di integrazione sociale, è difficile, se non impossibile che si formino individui consapevoli e inclini alla coltivazione dello scetticismo. Se aggiungiamo la preponderanza dei social e l’avanzare dei meme e dei brand a discapito dei ragionamenti, il quadro si delinea in maniera più netta. La precarietà e la marginalità sociale si rispecchiano sia sul piano ideologico che su quello pratico. Anche in conseguenza della criminalizzazione dei cosiddetti “estremismi” a cui abbiamo assistito in questi anni, di sicuro a partire dalla comparsa del movimento no-global. La violenza allora, lungi dall’essere un comportamento prevaricatorio fine a se stesso, diviene la manifestazione di un vuoto ideologico e progettuale che si combina con la rabbia per la propria condizione di subalternità. Riprendere il filo della consapevolezza, della capacità aggregativa, nonché di quella rivendicativa, diventa, sotto questo aspetto, il compito essenziale di una sinistra che voglia dirsi tale.

In secondo luogo, il diaframma dei maranza è saltato rovinosamente, ed è questa, ci si consenta di dirlo, la principale preoccupazione degli osservatori. Che la qualità della vita in Italia si stesse deteriorando progressivamente, che a risentirne fossero i gruppi sociali marginali, era evidente. Come non ci voleva molto a intercettare i malesseri di una generazione ibrida. Si è scelto invece di percorrere la strada opposta, ovvero quella di criminalizzarli, di sfornare un decreto repressivo dietro l’altro. Tre dei quali, da quello anti-rave a quello cosiddetto anti-maranza, passando per Caivano, erano diretti alla popolazione giovanile. Invece di disinnescare il conflitto promuovendo politiche di inclusione sociale e di integrazione, per esempio promuovendo lo ius scholae, si è preferito degradare la questione sociale a materia penale, da rimuovere e reprimere con gli strumenti dell’ordine pubblico e del diritto penale. Il fallimento di questo approccio è sotto gli occhi di tutti: le periferie producono fenomeni da affrontare con l’aiuto di uno sguardo socio-politico piuttosto che coi manganelli, le diffide, l’incarcerazione.

In terzo luogo, i fatti del 17 ottobre, preoccupano in quanto, saltando il diaframma dei maranza, salta anche il paradigma della marginalità. La dicotomia spaziale degli ultimi anni, coi centri storici ridotti a Disneyland da presidiare con le zone rosse e le periferie a contenere le classi pericolose, si è sfaldata. Parigi ci aveva avvisato. Nel 2006, i giovani delle banlieues, si erano ribellati all’interno dei loro quartieri, senza uscire dal perimetro introiettato nel loro immaginario. L’anno scorso, per celebrare la vittoria del PSG, avevano passato i confini, costringendo il sindaco a cordonare la capitale francese e provocando alcuni scontri. La dinamica, adesso, è più diffusa e radicalizzata. Le cronache parlano dei santuari dello shopping milanesi impauriti e danneggiati. C’è una politicità implicita in questi episodi, che infatti viene colta dagli osservatori dell’opinione pubblica mainstream. Le manifestazioni dei maranza mettono in discussione le gerarchie, i privilegi e gli abusi della società dei consumi, cominciando a rivolgersi contro quelli che vengono considerati dei santuari inattaccabili. Non si risolve la questione sociale devastando un negozio di lusso o un centro commerciale, ne siamo convinti. Ma magari, riflettere su questi fenomeni, può permettere di realizzare una riflessione ad ampio raggio sulle conseguenze del neoliberismo e provare a ragionare su eventuali vie d’uscita.

Infine, non possiamo non svolgere una riflessione rispetto alle provocazioni. Abbiamo visto come ci troviamo di fronte una massa criminalizzata, marginalizzata, priva di riconoscimenti giuridici e sociali, stigmatizzata dall’opinione pubblica. Con la quale si sceglie di rapportarsi dispiegando gli agenti in tenuta anti-sommossa e presidiando militarmente le città. Insomma, nessun negoziato o mediazione. Si sceglie il corpo a corpo, nella speranza che si verifichino episodi eclatanti che giustifichino un’ulteriore stretta repressiva. In fondo, la scarsa politicizzazione conviene. È più facile giungere agli scontri o agli episodi violenti. Magari, come si faceva con gli anarchici negli anni sessanta, è più facile infiltrare qualcuno. Per arrivare alla svolta autoritaria definitiva. Cercasi sinistra in grado di leggere questi passaggi e di disinnescare le degenerazioni in tempo.