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di Ferhat İnam

Il Dubbio, 2 agosto 2026

La violenza contro le donne e gli omicidi di donne continuano oggi a rappresentare, in ogni parte del mondo, uno dei problemi sociali più gravi che l’umanità si trova ad affrontare. Dall’Europa al Medio Oriente, dall’America all’Asia, le donne sono esposte a diverse forme di discriminazione, oppressione e violenza. Tuttavia, non è possibile spiegare questa realtà soltanto attraverso i crimini individuali che avvengono nel presente. Alla radice della violenza contro le donne si trovano le relazioni sociali di potere formatesi nel corso della storia e le profonde tracce della mentalità patriarcale.

La posizione della donna nella società non deve essere considerata soltanto come una relazione tra i sessi, ma come una delle trasformazioni fondamentali della storia dell’umanità. Perché il dominio esercitato sulla donna rappresenta anche una delle chiavi per comprendere come le società siano state organizzate, come sia stato costruito il potere e come siano state prodotte le disuguaglianze. Nelle prime fasi della storia umana, la donna occupava un ruolo centrale nella continuità della vita e nella produzione sociale.

Essendo una delle principali protagoniste della produzione, dell’alimentazione, della crescita dei bambini e della trasmissione della conoscenza sociale, la donna era considerata in molte società come la fonte della vita. Nei periodi in cui la cultura della madre-donna era forte, la donna non aveva un ruolo determinante soltanto all’interno della famiglia, ma anche nella costruzione dell’ordine sociale. Tuttavia, con l’emergere delle società gerarchiche, questo equilibrio iniziò a cambiare. Con lo sviluppo dei rapporti di proprietà, il rafforzamento delle strutture guerriere e la formazione dei poteri centralizzati, anche i rapporti di forza all’interno della società furono nuovamente ridefiniti.

La donna fu progressivamente allontanata dal ruolo di soggetto capace di prendere decisioni; il suo lavoro fu reso invisibile e iniziò il controllo sul suo corpo e sulla sua vita. Questa trasformazione non può essere spiegata attraverso le differenze biologiche. L’idea che la donna o l’uomo siano per natura superiori o inferiori non è compatibile con la realtà storica. Il fattore realmente determinante sono i valori creati dalle società e le relazioni di potere. Il sistema patriarcale è diventato un ordine che definisce la posizione sociale della donna e, nel corso del tempo, si è riprodotto attraverso le istituzioni culturali, economiche e politiche.

Uno dei problemi più grandi che la donna ha affrontato storicamente è stata la svalutazione del suo lavoro. Sebbene attività fondamentali come il lavoro di cura, la crescita dei figli, la produzione e l’organizzazione della vita, che garantiscono la continuità delle società, siano state svolte in larga misura dalle donne, esse sono state spesso considerate invisibili. La negazione del valore del lavoro della donna non è soltanto un problema economico.

È anche un problema di mentalità che determina il ruolo della donna nella società. Perché un individuo il cui lavoro non viene riconosciuto può facilmente vedere messi in secondo piano anche le proprie decisioni, i propri pensieri e la propria esistenza. L’ordine patriarcale ha spesso definito la donna non attraverso la propria identità, ma attraverso il ruolo di moglie, madre o attraverso la sua posizione all’interno della famiglia. In questo modo la donna è stata considerata non come una persona indipendente, ma come un elemento incaricato di svolgere determinati compiti. Questa concezione non è completamente scomparsa nel mondo contemporaneo. Sebbene nelle società moderne le donne abbiano ottenuto importanti conquiste nell’istruzione, nella vita lavorativa e nella sfera politica, il desiderio di esercitare controllo sulla loro vita continua a manifestarsi in forme diverse.

L’idea di intervenire su come una donna debba vivere, come debba vestirsi, con chi debba avere una relazione o quali decisioni debba prendere rappresenta la continuazione, nel presente, delle forme di dominio del passato. Il corpo della donna è stato, nel corso della storia, uno dei principali campi delle lotte per il potere. Il controllo esercitato sul corpo della donna, sul suo lavoro e sulle sue scelte di vita è diventato uno degli strumenti fondamentali dell’ordine patriarcale. Un elemento comune osservato oggi in una parte significativa degli omicidi di donne è il mancato riconoscimento del diritto della donna di decidere sulla propria vita. Il rifiuto di accettare una separazione, il senso di possesso, la presentazione della gelosia come forma d’amore e la concezione della donna come un essere da controllare sono tra le principali cause della violenza. Gli omicidi di donne spesso non sono eventi che emergono improvvisamente.

Prima di molti di questi omicidi vi sono minacce, pressioni psicologiche, controllo economico, persecuzioni e violenza fisica. L’omicidio è spesso l’ultima fase di un lungo processo di oppressione. Per questo motivo la violenza contro le donne non è soltanto un problema di rabbia individuale Dietro di essa esiste una concezione sociale che non considera la donna come uguale e che attribuisce all’uomo un diritto di superiorità e di controllo. Gli omicidi di donne sono oggi uno dei problemi comuni dell’umanità. Questo problema non appartiene a nessun Paese, religione, cultura o regione. In Europa le donne si trovano principalmente ad affrontare la violenza domestica e quella da parte dei partner; in Medio Oriente, invece, guerre, crisi politiche e pressioni tradizionali influenzano la vita delle donne in condizioni ancora più difficili.

Anche nel continente americano e nelle altre regioni del mondo, gli omicidi di donne e la violenza basata sul genere continuano a essere un importante ambito di lotta sociale. La continuazione della violenza contro le donne non dipende soltanto dal comportamento dei singoli responsabili, ma anche dall’atteggiamento degli Stati nei confronti di questa violenza. Quando in una società aumentano gli omicidi di donne, mentre gli autori delle violenze non vengono indagati in modo efficace, i meccanismi di protezione non vengono applicati adeguatamente o i crimini vengono attenuati attraverso diverse giustificazioni, emerge non soltanto una crisi giuridica, ma anche una crisi di fiducia sociale. La percezione dell’impunità è uno dei principali fattori che alimentano la violenza. Quando il responsabile pensa che la propria azione non avrà una reale conseguenza oppure crede che il sistema possa proteggerlo, il ciclo della violenza si rafforza ulteriormente.

La responsabilità degli Stati nella lotta contro la violenza sulle donne non consiste soltanto nel punire dopo gli omicidi. La vera responsabilità è prevenire la violenza, proteggere le donne, creare efficaci meccanismi giuridici e garantire il diritto alla vita delle donne. In molte parti del mondo, le donne, pur vivendo sotto la minaccia della violenza, non riescono ad accedere a una protezione adeguata; le minacce e le aggressioni subite in precedenza spesso non vengono prese abbastanza sul serio. Questa situazione dimostra che gli omicidi di donne non sono soltanto il risultato delle azioni dei singoli responsabili, ma anche delle carenze dei sistemi istituzionali. Anche il linguaggio utilizzato dalle istituzioni statali e le politiche da esse adottate influenzano la mentalità sociale. Ogni approccio che normalizza la violenza contro le donne, mette in discussione la vittima o giustifica il responsabile attraverso diverse motivazioni contribuisce alla riproduzione della mentalità patriarcale. Per un cambiamento reale, il diritto non deve essere efficace soltanto sulla carta, ma anche nella vita quotidiana.

Le istituzioni a cui le donne si rivolgono devono diventare meccanismi affidabili, rapidi e capaci di garantire protezione. Perché il diritto alla vita è un diritto umano fondamentale che non può essere subordinato ad alcuna giustificazione culturale, tradizionale o sociale. Di fronte agli omicidi di donne, gli Stati non possono rimanere neutrali. Il silenzio, la negligenza e le applicazioni inefficaci possono creare nel tempo un ambiente in cui la violenza continua a riprodursi. Per questo motivo, la sicurezza delle donne non è soltanto una responsabilità degli individui, ma anche una responsabilità fondamentale degli Stati. La lotta contro la violenza sulle donne non è una questione che può essere risolta soltanto attraverso le pene.

È necessario applicare efficacemente il diritto, rafforzare l’indipendenza economica delle donne, sviluppare attraverso l’istruzione una concezione basata sull’uguaglianza e mettere in discussione i modelli sociali legati al genere. Allo stesso tempo, è necessario riconsiderare anche la concezione della mascolinità. Al posto di un modello che definisce la forza attraverso il controllo, il dominio e la superiorità, deve essere costruita una nuova forma di relazione fondata sulla responsabilità, sulla solidarietà e sull’uguaglianza. Perché la libertà delle donne non riguarda soltanto le donne. In una società in cui le donne non sono libere, anche gli uomini non possono essere realmente liberi. La disuguaglianza è un problema che coinvolge l’intera società.

L’oppressione vissuta dalle donne nel corso della storia rappresenta in realtà la prova dell’umanità davanti all’uguaglianza e alla giustizia. Oggi la lotta contro gli omicidi di donne non consiste soltanto nella difesa del diritto alla vita delle donne, ma anche nella costruzione di un mondo più libero, più giusto e più umano. La libertà della donna è uno degli indicatori fondamentali del livello di libertà di una società.