di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 16 dicembre 2025
Sono passati 50 anni dal varo del nuovo Ordinamento penitenziario che, insieme alla legge Gozzini del 1986, inaugurò la stagione del “carcere della speranza”, come lo definiva Nicolò Amato. Sono passati 19 anni dall’ultimo indulto approvato dal Parlamento, con una maggioranza bipartisan. È passato un anno da quando, nel 2024, i Tribunali di sorveglianza accoglievano 5.800 istanze per condizioni di detenzione disumana e degradante. Sono passati dodici mesi da quando papa Francesco apriva una Porta Santa a Rebibbia, definendola “una basilica”. Pochi giorni dopo, nel discorso di fine anno, il capo dello Stato Sergio Mattarella definiva “inaccettabili” le condizioni dei carcerati. Sono passati tre giorni dall’ultimo dei 76 suicidi del 2025: un uomo di 32 anni, tossicodipendente, con problemi psichiatrici e precedenti tentativi di togliersi la vita, si è impiccato in infermeria, a Viterbo. È passato un giorno dalla fine del Giubileo dei detenuti, che al suo debutto, venerdì, ha visto 4 morti in 24 ore. Papa Leone ha ribadito la richiesta di amnistia e indulto fatta da papa Francesco. Ma l’Italia è un Paese cattolico solo sulla carta, quando si tratta di rivendicare le presunte radici cristiane dell’Europa. “Eppure - ha scritto Patrizio Gonnella, di Antigone - nei più alti ranghi delle istituzioni c’è chi evoca continuamente Dio, Cristo, lo Spirito santo e la Madonna”. E dunque? Dunque, se nel 1991 il numero dei reclusi era pari a 29 mila, quest’anno sono più del doppio, quasi 64 mila, e crescono al ritmo di 12 al giorno. Che fare?
Il governo e le prime crepe - Le voci che chiedono di intervenire aumentano, ma trovano il muro del governo, che affida ogni soluzione all’edilizia penitenziaria, sintesi piranesiana di una ferrea postura vendicativa, che annuncia piani carceri senza soluzione di continuità e immagina un universo concentrazionario in perenne espansione. Manca tutto, i soldi, gli agenti, le strutture, ma il governo risponde: lasciateci lavorare. I detenuti vivono in condizioni degradanti e si impiccano, ma il sottosegretario Alfredo Mantovano spiega: “Entro due anni risolveremo il problema del sovraffollamento”. Tenete duro, solo due anni (ma i posti promessi non bastano neanche a colmare i nuovi arrivi previsti nei prossimi due anni, figuriamoci risolvere il problema). Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, intanto, si eclissa, dopo aver annunciato ogni sei mesi qualche provvedimento “rivoluzionario” e “risolutivo”, come i prefabbricati da piazzare nei cortili e nei residui spazi vuoti delle carceri. Restano il Papa e il capo dello Stato, a parlare al vento, vox clamantis nel deserto della politica.
Gli ultimi dati dicono che siamo al 138 per cento di sovraffollamento. A Lucca c’è l’istituto peggiore con il 244 per cento, seguono Vigevano (243) e San Vittore (231). Le docce sono poche e se cambi piano per raggiungere quella funzionante, rischi un provvedimento disciplinare. Ad Altamura il problema è risolto: c’è una sola doccia per 81 persone. Basta fare la domandina e prima o poi ci si lava, dopo gli altri 80. I detenuti in esubero nei 190 istituti italiani sono 17 mila. In esubero nel senso che non avrebbero il loro posto, a norma di legge: ma alla fine, spingendo ben bene, ce li facciamo stare tutti.
Qualche voce aperturista si fa sentire flebilmente anche a destra: Pietrangelo Buttafuoco, Vittorio Feltri e Ignazio La Russa, se non altro per vicinanza morale al vecchio camerata Gianni Alemanno, ministro e sindaco finito in disgrazia, a Rebibbia. Roberto Giachetti, indefesso pannelliano e sostenitore dei diritti dei detenuti, ha ripetuto allo sfinimento che basterebbe una liberazione anticipata speciale per alleggerire la situazione. Aumentare, cioè, gli sconti di pena a fine reclusione, per chi ha una buona condotta. Ma nessuno l’ascolta.
L’indulto legalitario - Da più parti, oltre che dal Vaticano, si torna a parlare di amnistia e di indulto. Il primo cancella pena e reato, il secondo solo la pena. Il governo, che promuove volentieri condoni fiscali ed edilizi, non ne vuol sentire parlare. Eppure, perfino il presidente del Collegio nazionale dei garanti dei detenuti, Riccardo Turrini Vita, finora assente e accusato di eccessiva vicinanza al governo, intervistato dal manifesto si è espresso a favore di un’amnistia o di un indulto. Non sarebbe, però, un atto di “clemenza”. Non si tratta infatti di fare “un regalo di Natale” ai detenuti, come ha detto sciaguratamente La Russa, perché “si sa che a Natale siamo tutti più buoni”. Non si tratta di bontà, di generosità, di misericordia cristiana, di pietismo edificante. Non è il “black friday” dei detenuti, come ha ironizzato amaramente Giachetti, giustamente infuriato con La Russa perché quando si fanno promesse ai detenuti e non si mantengono, aumentano rabbia, esasperazione e rivolte. Si tratta, invece, di giustizia. Lo ha detto lo stesso Turrini, spiegando che se non si va in quella direzione, “l’ordinamento va in violazione dei suoi stessi principi, delle leggi penitenziarie e degli accordi internazionali”.
Questa è la situazione, più volte denunciata da uomini dello Stato e non da pericolosi sovversivi: le carceri italiane, che dovrebbero essere il presidio dello Stato di diritto, sono tecnicamente illegali. Violano la legge. Come si può pensare che un detenuto esca migliore di come è entrato? Lo ha spiegato bene l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini: “Le condizioni di degrado non facilitano il riconoscimento del male compiuto: piuttosto suscitano rabbia, risentimento, umiliazioni”. Entri e invece di riconoscerti colpevole, di elaborare lo sbaglio, di costruirti un percorso di riabilitazione, ti senti vittima dello Stato e sviluppi una forma di odio e di rivincita. E dunque un indulto ora sarebbe un indulto “legalitario”, non solo una forma di clemenza.
Le ragioni contro - Contro l’indulto e l’amnistia ci sono buone ragioni. Si tratta di provvedimenti estemporanei, non strutturali, che non risolvono il problema. Dal punto di vista delle regole sono sbagliati, perché scoraggiano chi - come le forze dell’ordine, la magistratura - lavora per individuare e punire i responsabili di reato e indeboliscono la fiducia nella legalità. Sono anche eticamente ingiusti, perché liberano qualcuno e non altri, entrati nel momento sbagliato. Eppure ci sono ottime ragioni per farli, superiori a quelle citate. Non cancellano il reato (nel caso dell’indulto) e neanche tutta la pena, ma solo una parte. Riducono drasticamente il sovraffollamento: il che significa liberare spazi di vita, ma anche di attività culturali, ricreative, lavorative, sportive. Riducono i costi a carico dello Stato. Alleggeriscono il carico di lavoro della magistratura ordinaria e di sorveglianza. Consentono la ristrutturazione e l’ammodernamento degli istituti. Creano le condizioni perché si ragioni su una deflazione strutturale della popolazione penitenziaria. Se non si fa nulla, naturalmente, se si persevera nel panpenalismo penale (creando nuove fattispecie di reato e aumentando le pene), se si continua a considerare il carcere l’architrave del sistema penale, poco cambierà.
I 34 provvedimenti della Prima repubblica - Ma perché l’ultimo indulto è stato nel 2006 e cosa è successo dopo allora? La prima cosa da dire è che nella storia della Repubblica, fino al 1990, ci sono stati ben 34 tra indulti e amnistie. Poi dal ‘90 al 2006, solo due. Dal 2006 a oggi, quasi 20 anni, nessuno. Perché? Perché è cambiato il clima. Nel dopoguerra e fino agli anni ‘70, si guardava quasi con simpatia ai detenuti che uscivano, come dimostrano i tanti film e commedie all’italiana. A partire dalle violenze degli anni 70 e 80, l’aumento della criminalità e un imbarbarimento del clima sociale hanno influenzato l’opinione pubblica, che è diventata sempre più ostile. La politica, molto sensibile ai consensi elettorali, ha seguito e alimentato la paura e il clima d’odio. E così i provvedimenti di “clemenza” si sono diradati, fino a sparire. Conseguenza anche di una modifica che ha reso necessaria per l’approvazione di amnistia e indulto una maggioranza di due terzi non solo nella votazione finale, ma anche in ogni singolo articolo. Procedimento rafforzato, persino più restrittivo rispetto alla revisione costituzionale, varato nel ‘92, in piena epoca giustizialista. Risultato: a oggi è quasi impossibile raggiungere quella maggioranza.
L’indulto bipartisan del 2006 - Nel 2006 una giovanissima Giorgia Meloni, 26 anni, fa ingresso in Parlamento, la deputata più giovane della Camera. Alemanno è ministro dell’Agricoltura e a breve sarà candidato a Roma: sconfitto da Walter Veltroni, ci riproverà due anni dopo e da sindaco di Roma avrà un chiodo fisso, la sicurezza. Al governo, per la seconda volta c’è Romano Prodi; ministro della Giustizia è Clemente Mastella. La legge, un indulto fino a 3 anni, arriva dopo un appello di Giovanni Paolo II e passa in un clima bipartisan, che mette d’accordo Massimo D’Alema e Silvio Berlusconi. Votano a favore Forza Italia, Ulivo, Rifondazione, Verdi, Udc, Udeur, Autonomie. Contro Lega, Italia dei Valori, An (tranne tre senatori) e tre senatori dell’Ulivo. Particolarmente feroce l’opposizione di Antonio Di Pietro, allora ministro. Alemanno si esprime a favore dell’indulto, sorprendendo il gruppo di An, ma poi si astiene, perché vuole l’esclusione di reati finanziari.
Nel precedente indulto del 1990 erano stati liberati 13 mila detenuti. Ma dal 1991 al 2006 il numero dei detenuti cresce esponenzialmente, da 31 mila a 60 mila. Al 31 luglio, la popolazione carceraria registra 60.710 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 43.213 unità. Un esubero, quindi, di 17mila persone: esattamente come oggi. Perché? A causa di due leggi, essenzialmente: la Fini-Giovanardi, che punisce i consumatori di droghe e la Bossi-Fini che prevede l’arresto degli extracomunitari espulsi.
Gli effetti sulla recidiva - Con l’indulto del 2006 complessivamente escono dalle carceri italiane 25 mila detenuti. Cosa ne è stato di loro? La giovane Meloni rilasciava interviste spiegando che erano rientrati in cella e dunque l’indulto era stato una follia. I dati dicono un’altra cosa. Dei 25.694 scarcerati, sei mesi dopo ne erano rientrati in cella solo 2.855, cioè l’11,11%. Se si aggiungono i quasi 6 mila che ne usufruirono mentre erano sottoposti a misure alternative, la percentuale di recidiva si abbassa al 10,16 per cento, contro una recidiva abituale del 68 per cento. La Voce.info, tre anni dopo il varo della legge, faceva il punto, smentendo una precedente analisi di Giovanni Mastrobuoni e Alessandro Barbarino. La conclusione della nuova indagine spiegava che la recidiva era stata inferiore del 25 per cento a quella abituale. Grazie anche al fatto che, in caso di rientro in carcere per un nuovo reato, la legge prevedeva che i beneficiari scontassero anche la pena residua, in aggiunta alla nuova. Il che vuol dire questo, spiegavano Francesco Drago, Roberto Galbiati e Pietro Vertova, “L’indulto ha ridotto il volume reale dei reati che, seppur diluiti nel tempo, questa frazione della popolazione avrebbe commesso uscendo dal carcere secondo la naturale scadenza della sentenza originaria. Si è quindi trattato di una misura efficace contro il crimine”.
E oggi? Dipende tutto dalla premier - Oggi il Parlamento sembra lontano anni luce da questa prospettiva. Chi potrebbe votare a favore? La sinistra, Pd compreso, è su posizioni di apertura, anche se potrebbero esserci defezioni individuali. +Europa ha appena lanciato la campagna “Meno carceri, più giustizia” (Riccardo Magi ieri era a Rebibbia). Giuseppe Conte si è ben guardato dal prendere una linea, ma i suoi potrebbero avere ereditato l’ardore giustizialista grillino e dipietrista e dunque è difficile che si schierino per il sì. Si dichiarano, non a caso, progressisti e non di sinistra, e su questi temi sono legge e ordine. Nella maggioranza, Lega e Fdi sono compattamente per il no. Da Forza Italia, che nel 2006 disse di sì, potrebbe arrivare qualche spiraglio, vista anche la disponibilità di Enrico Costa. Comunque sia, difficilmente si raggiungerebbero i 2/3. A meno di una presa di posizione della presidente del Consiglio. Se Meloni facesse un passo, magari giustificando l’intervento come temporaneo e propedeutico alla realizzazione del fantomatico piano carceri, magari anche solo aprendo alla liberazione anticipata, allora, e solo allora, la situazione si sbloccherebbe.










