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di Massimo Adinolfi


Il Mattino, 2 febbraio 2020

 

La riforma Bonafede, che sospende la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, è legge ormai da un mese, e le disposizioni che, contestualmente, avrebbero dovuto accompagnarla, per incidere sui tempi della giustizia, invece no. Converrà partire da qui per giudicare il percorso seguito dal ministro della Giustizia.

Dico dal ministro, perché si tratta di un intervento di legge messo in campo dal governo giallo-verde, ma la cui entrata in vigore è avvenuta col governo giallo- rosso: il giallo Bonafede, però, è sempre stato lì, a via Arenula. In verità, quel che viene coni. testato al ministro è molto più che non i ritardi negli interventi legislativi che dovrebbero rendere più spedita la giustizia (e dei quali, peraltro, nulla si sa, quanto ai tempi e quanto al contenuto).

Ieri, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, il procuratore generale di Milano, unendosi alle critiche dell'avvocatura, del mondo accademico, di non pochi, autorevoli magistrati, ha detto, con parole appassionate, che la riforma è "irragionevole quanto agli scopi, incoerente rispetto al sistema, confliggente con valori costituzionali".

I maestri di retorica lo definiscono un climax ascendente: l'accusa più grave, in cui culmina la frase, è infatti l'ultima, quella secondo cui la riforma rischia di cozzare contro l'articolo 111 della Costituzione, che stabilisce il principio della ragionevole durata del processo. Ma c'è davvero lo spazio per una discussione sui principi?

Temo di no, temo che alla cultura giuridica di questa maggioranza (o di suoi ampi settori, che in questa materia hanno finora sempre prevalso) sia sconosciuto non certo l'articolo della Costituzione, non arrivo a dir questo, ma la ragione per cui esso è stato introdotto, e che si può facilmente riassumere al modo in cui lo ha fatto ieri il procuratore Roberto Alfonso: "teniamo sempre bene a mente - ha detto - che il processo è garanzia, e tale deve rimanere".

Teniamo a mente, ha aggiunto, che per l'imputato, per il quale vale - sempre a norma di Costituzione - la presunzione di non colpevolezza, il processo è già una pena, "non nel senso della sanzione, ma nel senso dell'afflizione", cioè del disagio e della sofferenza che gli vengono inflitti, trascinandolo nei gironi danteschi della giustizia, ben prima che le eventuali responsabilità siano accertate. Quando parla, il ministro Bonafede sembra invece (sembra soltanto, voglio augurarmi) non avere così ben stampato in mente che la giustizia è, in uno Stato di diritto, fatta essenzialmente di garanzie, visto che esterna sempre e solo la preoccupazione che i processi non vadano in fumo.

E certo, nessuno Stato rende un buon servizio ai cittadini, se i processi non si concludono. Ma, ha continuato ancora l'alto magistrato, l'inefficienza dell'amministrazione non può ricadere sul cittadino: "la soluzione non può individuarsi nella sospensione del corso della prescrizione, a danno dell'imputato".

Ridiscendiamo il climax. La riforma è anche "incoerente rispetto al sistema". Il che vuol dire: se tu, di punto in bianco, sospendi la prescrizione, crei uno squilibrio, per il quale non hai nel frattempo approntato alcun rimedio, che rischia di mandare in tilt la macchina della giustizia. Sempre ieri, il pg della Cassazione stimava, come effetto della riforma, "un incremento del carico di lavoro della Corte di circa 20.000-25.000 processi l'anno".

Infine, la riforma Bonafede è "irragionevole quanto agli scopi", se lo scopo è, in generale, quello di rendere giustizia. Primo, perché proprio non è giustizia quella che arriva in un tempo indefinitamente lontano, a distanza pluridecennale dai fatti contestati, qualunque cosa pensi al riguardo il ministro. Secondo, perché, come ormai sanno anche le pietre, se tu ti preoccupi che non scatti la prescrizione a vanificare il lavoro dei magistrati, allora intervieni là dove la prescrizione incide di più, e cioè nelle fasi dell'indagine e dell'udienza preliminare.

Invece no, la riforma Bonafede di queste fasi cruciali si disinteressa. Ora, gli avvocati presentatisi a Napoli, nel corso della cerimonia di inaugurazione, con le manette e la Costituzione sotto il braccio, hanno forse reso più teatrale i motivi della protesta, ma non hanno detto cose diverse. Il j'accuse del presidente Tafuri contro i processi senza fine ha risuonato infatti con altrettanta forza e pari fervore.

Dopodiché, però, tutti gli argomenti di questo mondo rischiano di infrangersi contro il valore simbolico che il partito del ministro, i Cinque Stelle, ha assegnato al provvedimento. Dopo la batosta delle elezioni regionali, può darsi che siano costretti a più miti consigli, e che la mediazione Conte (i cui contorni restano in verità assai fumosi) avrà successo.

Al tirar delle somme, al Pd non dispiace certo l'attuale debolezza grillina, ma da quelle parti temono anche di non poter insistere più di tanto: il rischio di un'esplosione del Movimento, di una sorta di muoia Sansone con tutti i filistei è dietro l'angolo.