sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Aldo Grasso

Corriere della Sera, 19 maggio 2025

Di fronte alla sequenza pavloviana delle brevi dichiarazioni dei politici che telegiornali e giornali radio della Rai propongono con una ostentazione euforica e minacciosa (i famosi “vocali” presi a prestito da TikTok) viene da rimpiangere il pastone. Devo spiegare che cos’è e perché per tanti anni è stato vissuto con un grande fastidio. Tecnicamente il pastone è un servizio giornalistico che contiene il resoconto di tutti i fatti della giornata politica; l’espressione gergale nasce dal fatto che quei due o tre minuti esprimevano l’idea di un impasto di notizie, commenti e dichiarazioni di esponenti dei diversi schieramenti politici. Il pastone è stato sempre vissuto con fastidio, come ricordava, alcuni anni fa, Michele Serra: “Il pastone è stato fin qui in tutti i tigì Rai una specie di ammainabandiera del giornalismo, il segno patente dell’occupazione di viale Mazzini”.

Era muffa che sbuca sempre dall’intonaco dei telegiornali. Se prima dovevamo subirci il pastonista adesso ci viene inflitta una carrellata di figurine parlanti, di recite scolastiche, di retoriche oratoriali, di sorrisi che più finti non si può. Succede un evento, breve descrizione del medesimo e poi via al gran pavese dei commenti: quattro facce per il governo (FdI, Lega, FI e Lupi), una faccina per i Cinquestelle, una per Bonelli o Fratoianni (quanto ci tiene Bonelli ad apparire!), e una, buon’ultima, per il Pd. Ogni tanto appaiono anche Renzi e/o Calenda.

Ma mi faccia il piacere! Se il pastone creava malessere perché era “l’ammainabandiera del giornalismo” e “il segno patente dell’occupazione di viale Mazzini”, cosa dovremmo dire oggi di fronte a questo vasto fenomeno di disintermediazione, come direbbe un teorico del web, dove, all’interno dei telegiornali e dei giornali radio, alle cosiddette “forze politiche” vengono appaltati spazi autogestiti? Chi si nega come servizio pubblico negando il servizio pubblico (“chi si uccide uccidendo”) è un modello supremo di deresponsabilizzazione.