di Simona Musco
Il Dubbio, 23 luglio 2026
Niente tempi massimi di contenimento, assenza di protocolli sanitari e formazione a metà: Silp Cgil attacca le indicazioni del Viminale sulle persone non collaborative. “Non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace, per i rischi che possono provocare al sistema cardiaco e agli organi respiratori: il fermato, una volta messo in sicurezza (...) dovrà essere posto in posizione di decubito laterale”. La frase si trova a pagina 13 delle Linee guida per la gestione delle persone non collaborative diffuse dal Viminale a maggio scorso. E letta oggi, dopo la morte di Abderrahim Fakir a Bologna, pesa come un macigno. Fakir è morto mentre era immobilizzato a terra, sotto il peso di due agenti. Una dinamica che richiama quella di Riccardo Magherini, morto a Firenze nel 2014 dopo essere stato bloccato in posizione prona dai carabinieri, caso per cui l’Italia è stata poi condannata a gennaio scorso dalla Cedu.
Le nuove linee guida nascono all’indomani di quella sentenza: secondo i giudici di Strasburgo, le indicazioni operative allora vigenti erano insufficienti perché non evidenziavano adeguatamente il rischio derivante da quella manovra di immobilizzazione. Un rilievo recepito solo in parte dalla nuova circolare che non indica tempi massimi di contenimento e riposizionamento. Manca un protocollo sanitario che indichi parametri da monitorare, segnali che impongano l’interruzione della manovra e verifiche successive all’immobilizzazione. Anche sulle criticità relative alla formazione delle forze dell’ordine, la circolare non risponde con un sistema di addestramento certificato, periodico e verificabile, né definisce standard formativi uniformi. E dedica pochissimo spazio ai doveri organizzativi dell’amministrazione. Il risultato è un documento che non traduce il monito della Cedu in un protocollo operativo in grado di ridurre la discrezionalità dell’intervento.
È proprio su questo aspetto che concentra le sue critiche Nicola Rossiello, responsabile nazionale Salute e sicurezza sul lavoro del Silp Cgil. Il sindacato aveva segnalato le criticità ancora prima della pubblicazione del documento, con una nota nella quale contestava un’impostazione “prettamente giuridico-operativa”, priva di un impianto sistemico e incapace di distinguere tra crisi psichiatriche, condizioni di fragilità e condotte criminali intenzionali. Chiedeva il coinvolgimento degli psicologi della Polizia di Stato e una validazione scientifica del documento con esperti sanitari ed etico-filosofici. Ma tutto ciò è mancato. Il risultato, secondo il dirigente del Silp Cgil, è “un impianto normativo leggero”.
I riferimenti di legge riguardano, infatti, le cause di giustificazione, l’uso legittimo delle armi, la legittima difesa, la tutela penale dell’operatore eccetera. Mancano, invece, riferimenti agli articoli 13 e 32 della Costituzione, alla legge Basaglia e alla giurisprudenza della Corte europea sui trattamenti inumani e degradanti. Insomma: lo sguardo sulla persona. “Citare soltanto la giurisprudenza favorevole all’operatore rende il testo palesemente sbilanciato”, spiega Rossiello. Anche il richiamo all’uso legittimo delle armi e della forza pubblica viene ritenuto improprio: “L’articolo 53 presuppone la necessità di vincere una resistenza o respingere una violenza. Applicarlo al contenimento di una persona non violenta costituisce una forzatura”. E anche quando è in corso un’operazione di polizia, osserva il sindacalista, se il personale sanitario rileva una criticità clinica deve poter chiedere l’interruzione della manovra per prestare assistenza alla persona immobilizzata.
Un’altra lacuna riguarda la responsabilità dell’amministrazione. “Dal 2010 - spiega - chiediamo che venga valutato il rischio operativo e il rischio aggressione come rischio professionale specifico nel Documento di valutazione dei rischi (DVR) della Polizia di Stato”. Ma senza risultato. Anche sotto il profilo tecnico il documento sembra insufficiente. Per immobilizzare un soggetto che oppone forte resistenza servono tecniche articolari e quattro operatori, soluzione prevista dalle stesse linee guida con il supporto di una seconda pattuglia o dei carabinieri. A Bologna, invece, gli agenti erano due, aiutati da un privato cittadino che, secondo il documento, avrebbe dovuto pure essere allontanato. Sul piano sanitario le criticità si moltiplicano. Il rischio di asfissia posizionale viene liquidato in una sola riga, senza indicazioni per l’attivazione automatica del 118. “La perdita di reattività del soggetto dovrebbe imporre l’interruzione della manovra e la verifica immediata delle condizioni di salute”, suggerisce Rossiello.
Mancano inoltre controindicazioni cliniche all’uso del Taser e dello spray al peperoncino sui soggetti fragili, così come il riferimento al rischio biologico per gli agenti previsto dal decreto legislativo 81 del 2008. Le linee guida costituiscono poi raccomandazioni, non protocolli vincolanti. “Vengono percepite come disposizioni - dice Rossiello -, ma sul piano giuridico mantengono un margine di discrezionalità che un protocollo condiviso e formalizzato non avrebbe”. La nozione di “persona non collaborativa” è poi vaga: accomuna il soggetto violento, quello in crisi psichiatrica, il disabile, l’anziano, la persona sorda o chi non comprende la lingua. “Non distinguere tra opposizione attiva e non collaborazione passiva espone al rischio di risposte sproporzionate”, spiega il sindacalista. A questo si aggiunge l’assenza di protocolli dedicati ai soggetti vulnerabili.
Sul piano operativo, infine, il principio di gradualità nell’uso della forza rimane, secondo Rossiello, “un’affermazione astratta, perché manca una matrice decisionale che indichi quando passare da una modalità d’intervento a quella successiva”. E non è prevista una disciplina adeguata per le fasi successive al primo contatto. Proprio uno dei momenti di maggiore criticità per la sicurezza. “Linee guida inappropriate hanno un peso decisivo in questa vicenda”, conclude Rossiello. “L’obiettivo deve restare semplice: chiunque venga preso in carico dalle forze di polizia deve giungere integro a destinazione, che sia un ospedale, un ufficio, un carcere o il ritorno a casa”. Che per Fakir non ci sarà mai più.










