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di Francesco Petrelli*

Il Dubbio, 10 luglio 2024

Si terrà domani pomeriggio a Piazza Santi Apostoli la manifestazione nazionale organizzata dall’Unione delle Camere Penali a conclusione della staffetta che ha visto i penalisti impegnati nelle strade e nelle piazze di tutta Italia in altrettante maratone oratorie di denuncia dello scandalo delle condizioni delle carceri italiane. Si tratta di una iniziativa che ha coinvolto l’intera società civile dimostrando l’esistenza di una diffusa sensibilità rispetto un tema che è sempre parso difficile da trattare. Ma il dramma che abbiamo denunciato ha assunto dimensioni così straordinariamente gravi da muovere la coscienza di ciascuno di noi. Non era mai stato registrato, infatti, sino a oggi, nel nostro Paese, un tasso di suicidi così elevato: 54 detenuti si sono infatti tolta la vita dall’inizio dell’anno, con una frequenza che è di venti volte maggiore a quella riscontrata nella vita libera, e con numeri di gran lunga superiori a quelli registrati negli altri paesi europei.

Altrettanto drammatica la piaga del sovraffollamento che ha raggiunto una media del 140% con picchi superiori al 200%. Sotto gli occhi di tutti la condizione oggettiva di carceri fatiscenti, dai servizi minimi del tutto insufficienti, nelle quali la promiscuità imposta dal sovraffollamento diviene un supplizio additivo che trasforma la detenzione, di imputati in attesa di giudizio e di condannati, in un trattamento disumano, se non in una vera e propria inaccettabile forma di tortura. Ci si interroga tutti sul rapporto fra questi due terribili fenomeni, ma in assenza di risposte scientificamente certe, deve imporsi un principio di precauzione, ovvero l’adozione di misure immediate che possano eliminare le possibili cause dell’atroce proliferazione di tali atti disperati.

Nel 2017, quando il fenomeno suicidario, non aveva neppure lontanamente raggiunto i limiti attuali, venne istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri un “Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidarie nel sistema penitenziario per adulti” con il quale si poneva al centro la “rilevazione del rischio” e l’incremento della “comunicazione fra il personale tutto, coadiuvato dallo svolgimento di assidue riunioni di equipe, al fine di parlare regolarmente del detenuto che abbia dato segni di rischio”. Si tratta di intenti virtuosi rimasti tuttavia sulla carta e resi oggi certamente inattuabili a causa del sovraffollamento, che rende inattingibili le pur modeste risorse tuttora disponibili all’interno delle strutture che concernono l’assistenza psichiatrica, psicologica e sanitaria. Al di là della qualità e delle buone intenzioni del personale nessuna risorsa in simili condizioni di sofferenza generalizzata appare sufficiente a dare risposte concrete.

Nessun Governo può dirsi esente da colpe, perché il rapporto fra la politica ed il carcere non è mai stato un rapporto facile. Troppo spesso l’esecuzione penale, è stata trattata dai nostri governanti come un materiale ostile e pericoloso. Il trattamento dei detenuti, l’idea stessa di una pena detentiva vendicativa e repressiva, è stata considerata un veicolo di consenso. Istintivo il riflesso punitivo e di rifiuto nei confronti di chi ha violato le regole della convivenza civile. Meno intuitivo considerare che un carcere migliore produce più sicurezza. Radicati in quel diverso sentimento di vendetta, il populismo ed il giustizialismo hanno fatto degli slogan della “certezza della pena”, del “gettare via le chiavi” e del “marcire in galera” un facile strumento di propaganda elettorale. E anche chi si era avviato a fare del miglioramento delle condizioni delle carceri e della riforma dell’esecuzione penale un proprio obbiettivo politico, ha ritenuto poi di rinunziarvi per timore di una perdita di consenso. Si tratta di un limite evidente che, oggi, deve essere tuttavia necessariamente superato, per ragioni etiche e civili assieme, perché vi sono valori fondamentali che riguardano la dignità e la vita delle persone e il diritto alla speranza di tutti i cittadini, che devono farci abbandonare le asfittiche prospettive del consenso immediato. La politica è tale se è capace di guardare al futuro, indicando un orizzonte valoriale aperto e condiviso. E tale deve essere l’impegno profuso da tutti nella salvaguardia della vita e della dignità di coloro che sono affidati alle cure dello Stato. Le risposte securitarie non servono.

Di fronte ai mutamenti evidenti della popolazione carceraria, dell’incremento del disagio e della marginalità, occorre l’adozione di strategie nuove che si interroghino seriamente sul significato e l’efficienza e la razionalità del nostro sistema punitivo. Ma questo implica tempo ed impegno comune, mentre la tragedia si consuma sotto i nostri occhi. Il buon senso esige di prendere atto del dramma di troppe vite che questo sistema consuma, quelle dei detenuti suicidi (o morti per altre cause) ai quali si sommano i suicidi degli appartenenti alla polizia penitenziaria (sei dall’inizio dell’anno).

Vi sono nel Paese professionalità e forze intellettuali pronte ad assumere l’impegno condiviso di una rifondazione del sistema, ma intanto l’incendio che sta distruggendo la fiducia stessa in un carcere possibile deve essere domato e spento e solo un intervento deflattivo forte ed immediato, che incida sulle detenzioni brevi, sui soggetti fragili, sui detenuti anziani può restituire un minimo di legalità e di dignità al nostro sistema. Se si ritiene ancora impronunciabile la parola amnistia, si converga intanto, ragionevolmente, sulle proposte di liberazione anticipata speciale che sono sul campo, si dimostri che alcuni valori fondamentali che stanno scritti nella costituzione e nella coscienza di ogni cittadino non possono restare in eterno ostaggio degli slogan, sia per chi si dice liberale sia per chi si dice progressista.

*Presidente Ucpi