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di Alessia Melcangi

La Stampa, 30 agosto 2025

Con il meccanismo dello “snapback” gli E3 vogliono far pressione ma irrigidiscono gli ayotallah. Le alterne vicende legate all’Iran e alla questione del nucleare riemergono oggi agli onori della cronaca nel contesto, decisamente poco incoraggiante, di un Medio Oriente sull’orlo del baratro. Avevamo lasciato la Repubblica islamica, dopo il breve conflitto di giugno con Israele, alle prese con la Casa Bianca per giungere a un possibile compromesso che limitasse il suo programma atomico, soprattutto davanti alla scadenza, fissata per il prossimo ottobre, dello storico accordo sul programma atomico, il Jcpoa, firmato nel 2015 dopo lunghi anni di negoziati.

Proprio il Jcpoa, che impose vincoli stringenti al programma nucleare iraniano in cambio dell’allentamento delle sanzioni Onu, ha conosciuto un destino tormentato. Il ritiro unilaterale degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump nel 2018 ne ha minato le fondamenta, reintroducendo sanzioni americane che hanno colpito duramente Teheran. Allora, l’Europa cercò in ogni modo di mantenere aperto il dialogo con l’Iran rimanendo all’interno dell’accordo, ma inutilmente, venendo entrambi risucchiati dal meccanismo sanzionatorio imposto da Washington. Nemmeno il successivo tentativo di mediazione da parte dell’ex presidente americano Joe Biden, con colloqui indiretti ripresi nel 2020, è riuscito a ricucire lo strappo: nel 2022 le trattative si sono interrotte senza esito.

Da allora, il quadro si è fatto sempre più cupo. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e il rilancio della “massima pressione” contro la Repubblica islamica ha fatto riesplodere la tensione. La quale culmina lo scorso giugno, con l’attacco innescato dall’irrefrenabile macchina da guerra israeliana, accompagnata dagli Stati Uniti, che colpiscono un Iran accusato di essere vicinissimo alla bomba atomica. Sospensione della cooperazione con l’Aiea, espulsione degli ispettori e interruzione delle misure di monitoraggio: questa l’immediata risposta iraniana che non lascia molti dubbi sulla reale volontà dell’establishment iraniano di voler procedere con i colloqui.

Adesso, in una pericolosa escalation di eventi, Francia, Regno Unito e Germania - i cosiddetti E3 - hanno inviato una lettera ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite denunciando una “significativa inadempienza” di Teheran e avviando la cosiddetta procedura di “snapback”, che porterebbe entro ottobre al ripristino automatico delle draconiane sanzioni Onu in vigore prima del 2015.

Una mossa che, oltre a riallineare l’Europa alla strategia americana, rischia di ingabbiare irreversibilmente in un vicolo cieco tutti gli attori coinvolti. Perché c’è un particolare non di poco conto: la decisione di ripristinare le sanzioni dell’Onu deve passare al vaglio del Consiglio di Sicurezza, di cui sono membri permanenti con diritto di veto, oltre che la Francia, il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Germania, anche la Cina e la Russia. Da un lato Mosca si prepara ad assumerne la presidenza a ottobre, promettendo di bloccare ogni iniziativa europea, seguendo più la sua avversione contro gli E3 che la necessità concreta di sostenere Teheran. Dall’altro lato, Pechino, partner economico imprescindibile dell’Iran, appare pronta a sostenere la linea del veto.

In questo contesto, la paralisi del Consiglio appare più probabile che mai. E soprattutto a preoccupare è ciò che accade dentro la Repubblica islamica, dove la crisi potrebbe rafforzare le correnti più radicali. Il presidente riformista Pezeshkian invita al negoziato, ma i pasdaran e gli ultraconservatori, denunciano ogni possibile apertura come un tradimento. “L’Occidente non è affidabile” è la narrazione che guadagna terreno - ancor più lo sono gli europei che si erano spesi per mantenere in vita il Jcpoa - alimentando una spirale di sfiducia e nazionalismo che rende il compromesso sempre più remoto. Tuttavia, l’aspetto più grave riguarda la minaccia, ventilata dai vertici iraniani, di ritirarsi dall’unico trattato internazionale vincolante sulla non proliferazione (Npt) qualora le sanzioni venissero reimposte.

Una prospettiva che spalanca scenari inquietanti: l’uscita dall’Npt equivarrebbe, di fatto, ad ammettere la possibilità di puntare alla bomba atomica.

Israele e Stati Uniti hanno già avvertito che un simile passo potrebbe giustificare nuovi raid preventivi, rischiando di innescare un conflitto regionale senza precedenti. Sul fronte occidentale, Francia, Regno Unito e Germania chiariscono che lo “snapback” non chiuderebbe la porta ai colloqui. Anche Washington, con il Segretario di Stato Marco Rubio, si affretta a dichiararsi disponibile a un “impegno diretto” con l’Iran, pur tuttavia sostenendo apertamente gli alleati europei. Ma la realtà è che il tempo stringe e il terreno comune si assottiglia drammaticamente. La domanda, allora, resta sospesa: può la diplomazia ancora prevalere in un contesto dominato da diffidenza e minacce incrociate? O il ritorno delle sanzioni Onu, l’ombra di nuovi bombardamenti e la tentazione iraniana di uscire dal Tnp rendono sempre più palese che il nucleare rischia di non essere più un tabù, ma un’arma concreta di confronto?