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di Francesco Paolo Savatteri

Il Domani, 14 settembre 2026

Il numero preciso di istituti coinvolti non è chiaro: la Prefettura si è rifiutata di comunicare questa informazione, sostenendo che ciò avrebbe comportato un lavoro di ricerca e elaborazione dei dati eccessivo. Domani è riuscito ad ottenere i dati di 57 province italiane. “Se, come sembra, le richieste sono pochissime - dice Gianna Fracassi, FLC Cgil - conferma che dirigenti, docenti e personale conoscono bene la natura dei problemi che attraversano le comunità scolastiche”.

Dall’inizio di quest’anno le scuole italiane hanno la possibilità di chiedere alle forze dell’ordine di effettuare controlli con metal detector all’ingresso dei propri edifici. Le scuole che lo hanno fatto davvero finora sembrano essere molto poche, meno di una decina, secondo i dati ottenuti da Domani su oltre metà delle province italiane. La misura sui metal detector era stata adottata il 28 gennaio scorso tramite una circolare congiunta del ministero dell’Istruzione e del Merito e del ministero dell’Interno, con l’obiettivo di contrastare l’utilizzo di armi nelle scuole. Nel testo si sottolinea che le iniziative messe in campo devono “essere accompagnate da un sistema strutturato di monitoraggio”, per poterne valutare l’impatto concreto. Nonostante questo, entrambi i ministeri coinvolti hanno spiegato a Domani di non raccogliere dati a livello nazionale su quante e quali scuole hanno richiesto l’uso di metal detector. La violenza a scuola non è un trend: oltre gli allarmi, il bisogno di capire Numeri a disposizione Domani è riuscito ad ottenere i dati di 57 province italiane, su un totale di 110. L’unica scuola che è stato possibile identificare con precisione è l’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia, secondo quanto comunicato dalla Prefettura locale.

Proprio in questa scuola il 16 gennaio 2026 Youssef Abanoub Safwat Roushdi Zaki, un ragazzo di 18 anni, era morto dopo aver ricevuto una coltellata da parte di Zouhair Atif, un suo compagno, mentre si trovavano all’interno dell’istituto. La vicenda creò un grande dibattito sulla sicurezza a scuola, portando il governo a emanare la circolare sui metal detector meno di due settimane dopo. Oltre all’istituto Einaudi-Chiodo, anche alcune scuole a Napoli hanno richiesto controlli con i metal detector. Nel capoluogo campano la Prefettura aveva già dato il via a una sperimentazione di questi strumenti qualche anno fa.

Il numero preciso di istituti coinvolti però non è chiaro: la Prefettura si è rifiutata di comunicare questa informazione, sostenendo che ciò avrebbe comportato un lavoro di ricerca e elaborazione dei dati eccessivo. In ogni caso si tratta di cifre molto basse rispetto al totale delle scuole italiane. “Se, come sembra, le richieste da parte delle scuole sono pochissime - commenta Gianna Fracassi, segretaria generale della FLC Cgil, il settore della Cgil che si occupa di istruzione - questo conferma che dirigenti scolastici, docenti e personale conoscono bene la natura dei problemi che attraversano le comunità scolastiche”.

“La sicurezza si costruisce innanzitutto attraverso la qualità delle relazioni educative e il sostegno alle situazioni di fragilità”, dice. Per ottenere questi dati, Domani ha contattato tutti gli Uffici Scolastici Regionali (Usr), le questure e le prefetture d’Italia. È emersa una certa confusione tra le istituzioni locali su chi debba possederli. Alcuni Usr hanno fornito queste informazioni, mentre altri hanno rimandato a questure e prefetture. Alcune questure hanno rimandato alle prefetture, e una prefettura ha rimandato a sua volta agli Usr. Studenti con il coltello, invocare pene più severe è una forma di rimozione collettiva Controlli richiesti La prima dirigente scolastica ad aver richiesto tre anni fa l’uso di metal detector in Italia è Valeria Pirone, all’istituto Marie Curie di Ponticelli, un quartiere a est di Napoli.

“Tre anni fa un ragazzo venne da me durante l’orario di lezione con una profonda ferita alla gamba”, racconta Pirone. “Attraverso un’indagine interna, abbiamo scoperto che era stato accoltellato a scuola da un suo compagno. Da quel momento abbiamo richiesto controlli con i metal detector, quattro-cinque volte l’anno”. All’inizio i ragazzi tornavano indietro alla vista della Polizia. “Quindi sono stati messi degli agenti di polizia in borghese lungo la strada in modo tale da intercettare chi facesse dietrofront”, spiega.

“Le prime volte è stato trovato qualcosa, ultimamente invece no”, dice Pirone. Secondo lei, anche nelle altre scuole del quartiere - quattro o cinque - sono stati effettuati controlli con metal detector. Per Pirone si tratta di una misura necessaria, da affiancare a tutte le attività di sensibilizzazione che possono fare le scuole. “La circolare dice che i controlli si fanno su richiesta dei dirigenti. Io li avrei fatti di default a tutte le scuole”, sottolinea. La misura dei metal detector è stata fortemente criticata fin da subito dopo la sua introduzione.

Alcuni sindacati, ricercatori universitari e addetti ai lavori l’hanno giudicata come una norma frettolosa e simbolica, scritta sull’onda dell’emozione dopo la morte di Zaki, sollevando dubbi sulla sua reale efficacia. La misura è stata considerata come parte di un approccio del governo esclusivamente securitario sul tema della scuola.

“Negli ultimi anni assistiamo troppo spesso alla tendenza a leggere questioni educative e sociali attraverso una lente esclusivamente securitaria”, sottolinea Fracassi. “Servono politiche che rafforzino la funzione educativa e sociale della scuola pubblica, non interventi che rischiano di alimentare un clima di paura e di diffidenza”. Sorveglianza a scuola, perché i metal detector sono un fallimento educativo.