sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 27 giugno 2025

Scandalo se la sentenza non è di condanna, e se è di condanna allora scandalo se non è al massimo della pena, e se la sentenza è al massimo della pena allora scandalo lo stesso se non ha pure il timbro di una aggravante di particolare stigma: le polemiche - persino di fronte a comunque ergastoli - si alzano una volta perché non vengono riconosciuti i motivi “futili e abietti”, un’altra volta perché la sentenza non ravvisa l’aggravante della “crudeltà”, un’altra ancora perché non è condivisa la “premeditazione”.

Lo strabordare delle cronache nere e giudiziarie non riesce evidentemente a trasferire conoscenza reale alle persone, disorientate dalla diversità di senso delle parole nel linguaggio comune rispetto al linguaggio giuridico del ginepraio di attenuanti, aggravanti, generiche, comuni, speciali, antecedenti, susseguenti, prevalenti, equivalenti. Ma non è disinteressata la trappola di voler far decidere il processo al televoto, specie a quello dei parenti delle vittime tanto più strumentalizzati nel loro dolore quanto meno sono aiutati a comprendere il significato di una sentenza: tendenza non a caso coltivata da quella fetta di legislazione che, a colpi di sempre maggiori dosi di automatismi e più stringenti presunzioni legali, tenta di ridurre i margini di apprezzamento dei giudici, in uno schema che vede le toghe (e i giudici più dei pm) sotto pressione sia dal basso (dell’opinione pubblica) che dall’alto (del legislatore).

Avanza - e si fa oscenamente scudo delle vittime - il progetto di ridurre il giudice a jukebox di una spiccia istruttoria (presunta) popolare, alle cui rime obbligate le Corti debbano conformarsi in una sorta di obbligazione di risultato: pena apparire magistrati insensibili al grido di sicurezza dei cittadini, schierati dalla parte dei banditi, nemici del popolo in quanto nemici degli autoproclamati paladini della sicurezza del popolo. Dunque tollerati solo alla stregua di gestori di magazzino chiamati a consegnare una merce prefissata, e altrimenti “licenziabili”, in questo caso non da un contratto collettivo ma dalla collettiva legittimazione popolare del loro pronunciare sentenze.