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di Rocco Vazzana


Il Dubbio, 16 maggio 2020

 

Ancora grane per Alfonso Bonafede. Non bastava la mozione di sfiducia presentata dal centrodestra per la gestione delle carceri nella fase dell'emergenza Covid. E non bastavano neanche le parole di Nino Di Matteo sulla sua mancata nomina al Dap per pressioni mafiose sul ministero della Giustizia.

A complicare la vita in via Arenula ci si mette anche il capo di gabinetto del Guardasigilli, Fulvio Baldi, che rassegna le dimissioni "per motivi personali" a poche ore dalla pubblicazione sul Fatto quotidiano di una serie di intercettazioni tra lui e il compagno di corrente (Unicost) Luca Palamara in cui si fa riferimento a magistrate da piazzare negli staff ministeriali.

È il colpo che adesso rischia di mettere in seria difficoltà Bonafede, che se superasse lo scoglio della sfiducia, in programma al Senato mercoledì prossimo, dovrebbe pure presentarsi il giorno dopo in commissione Antimafia, convocato per un'audizione dal collega di partito Nicola Morra.

È una slavina quella che si sta abbattendo sul ministro, già messo a dura prova dagli eventi delle ultime settimane. E a Palazzo Madama i numeri sono troppo ballerini per sentirsi al sicuro. Soprattutto perché un partito della maggioranza, Italia Viva, non ha ancora sciolto le riserve sul suo voto. Da giorni i renziani tengono sulla graticola il ministro, vincolando la propria "clemenza" alle argomentazioni di Bonafede.

Ora l'ex premier avrà un'arma in più per convincere il Movimento 5 Stelle a cedere sul "piano shock" economico se non addirittura sulla prescrizione in cambio del "salvacondotto" per il Guardasigilli. E in questo quadro di isolamento e debolezza del ministro, le opposizioni si lanciano all'assalto di Via Arenula, convinte di poter dare una spallata a Conte.

"Houston abbiamo un problema! Viene voglia di dire così al Governo", dice ironico il forzista Maurizio Gasparri, prima di affondare il colpo: "Abbiamo chiesto le dimissioni di Bonafede, non del suo capo di gabinetto. Ci deve essere stato un equivoco nelle comunicazioni. Bonafede te ne devi andare tu".

Ancora più pesante il commento del vice presidente della Camera di Fratelli d'Italia, Fabio Rampelli, secondo cui "il sistema marcio della magistratura asservita al Pd che il M5S avrebbe dovuto distruggere ha trovato invece nel ministro "Malafede" un vero e proprio cavallo di Troia", dice l'esponente meloniano.

"Ora ci auguriamo solo che le dimissioni del suo capogabinetto, siano le penultime. Aspettiamo in giornata il giusto epilogo di una conduzione fallimentare del dicastero di Via Arenula". Per la Lega, invece, prende la parola su Facebook il deputato Igor Iezzi, che scrive: "Bonafede anche umanamente è pessimo. Dopo la scarcerazione di decine di boss mafiosi sta facendo dimettere tutti coloro che hanno collaborato con lui pur di non lasciare la poltrona. Vile, il M5S ormai vive solo per mantenere il potere".

La difese d'ufficio del Movimento arriva dalla vice presidente del Senato Paola Taverna, che sui social sposta l'attenzione sulla notizia della richiesta di arresto per i parlamentari di forzisti Luigi Cesaro e Antonio Pentangelo: "Quando sfiduci un ministro della Giustizia e chiedono l'arresto di due tuoi parlamentari in un processo per corruzione! Eterogenesi dei fini", scrive l'esponente grillina.

Gli alleati di governo scelgono invece il basso profilo, la strada del silenzio che mette al riparo da qualsiasi attenzione. A dare una mano indirettamente a Bonafede, seppur nel contesto di una critica severa, ci pensa a sorpresa il presidente dell'Unione delle camere penali italiane Gian Domenico Caiazza, che invita ad accendere i riflettori sul meccanismo che consente ai magistrati di finire ai ministeri, più che sul ministro della Giustizia.

"Lanciamo un allarme da 25 anni, quello dei magistrati fuori ruolo è un fatto unico dell'Italia, con qualunque governo. O ci vogliamo raccontare la storiella che Palamara sarebbe un'anima nera? In quel momento è soltanto quello che pesa di più nell'esprimere quegli equilibri", spiega Caiazza.

"Il capo di gabinetto si dimette senza che gli sia contestato alcunché di illecito. Si dimette perché è stato scoperto in modo documentale quali sono le dinamiche ordinarie di organizzazione del ministero della Giustizia, ma non solo, un fatto privato dell'Associazione nazionale magistrati". E in questa prospettiva, il problema non si chiama Bonafede.