di Enrica Landi*
Ristretti Orizzonti, 12 febbraio 2026
Le stanze dell’amore. Questo incipit volutamente provocatorio e brutale rimanda ad un inquadramento di tipo giornalistico rispetto ad un tema che è molto ampio e che si spinge ben oltre il diritto alla sessualità e alla sua possibilità di espressione all’interno degli istituti di pena.
I mezzi di informazione hanno forti responsabilità rispetto alla creazione di modelli di pensiero e di paradigmi interpretativi della realtà che ci circonda. “Stanze dell’amore”, “postriboli di stato”: queste sono espressioni che i giornali utilizzano per inserire il tema della sessualità delle persone ristrette all’interno di una cornice di senso che contribuisce a creare stigma e pregiudizio intorno al pianeta carcere. Nell’opinione pubblica stenta a radicarsi l’idea che il carcere sia “solo” privazione della libertà e che per rendere efficace la pena non sia necessario aggiungere altra afflittività a questa condizione esistenziale.
Sono titoli che evidenziano un aspetto pruriginoso e che danno conto di una costruzione narrativa culturalmente svuotata di contenuti e di parole, una narrazione che non riesce a trasferire il senso della realtà carceraria e dei soggetti ospitati al suo interno.
Chi come me ha il privilegio e la fortuna di ascoltare le narrazioni delle storie di vita delle persone ristrette, si può rendere conto, diventandone testimone, che il tema dell’affettività e delle relazioni nonché della loro limitata espressione è un tema di dolore, sofferenza e privazione che non può né deve limitarsi all’inseguimento di un consenso popolare.
Questo articolo vorrebbe essere considerato un invito a contribuire alla costruzione di una narrazione autentica e collettiva, attraverso l’utilizzo di parole rispettose dei soggetti, dei bisogni e dei diritti. Un invito a guidare e costruire un consenso, senza inseguirlo. Si rende perciò necessario un comune sforzo di ricerca di un significato condiviso, di parole che uniscano e che tengano conto di profili molteplici, da quello giuridico a quello intrapsichico, da quello interpersonale a quello culturale.
L’iter legislativo è stato lungo e complesso, caratterizzato da balzi in avanti seguiti da battute d’arresto, ma infine è culminato - con la Sentenza 10/2024 della Corte Costituzionale - nell’individuazione di illegittimità del controllo a vista durante i colloqui all’interno degli istituti di pena, aprendo di fatto la strada al riconoscimento dell’affettività delle persone recluse.
La sentenza - seguita dalle Linee Guida del DAP - rappresenta una vera e propria rivoluzione copernicana.
Il tema della penalità corporea, o della pena anche attraverso il corpo, si inserisce all’interno di un tema più ampio: un corpo che entra come elemento estraneo all’interno di un’istituzione totale quale è il carcere, ambiente che contemporaneamente ospita e costringe.
Il corpo diventa per il detenuto un “corpo istituzionalizzato”, unidirezionale e adattato, diventa l’ultima sua prigione, ma anche il suo rifugio. Il corpo è controllato e dominato attraverso uno spazio chiuso, senza qualità, anonimo; uno spazio definito e reiterato. Lo spazio della sofferenza.
Il detenuto abita l’inabitabile, laddove lo spazio diventa fisico, ma soprattutto simbolico, strettamente legato alle azioni che la quotidianità penitenziaria consente.
Azioni che tentano di conferire qualità a spazi che ne sono privi.
Lo spazio - cosi come il tempo imposto e regolato - diventa ossessivo, quasi subito.
Gropius, maestro dell’architettura moderna, ci parla di un minimo elementare di spazio aria luce calore per non subire impedimenti al completo sviluppo delle funzioni vitali umane: un minimum vivendi contrapposto ad un modus non moriendi.
Laddove ciò non sia dato la dimensione corporea e sensoriale nonché emotiva del soggetto è limitata, sofferente e formalizzata dagli elementi murari.
Ma essendo il carcere uno spazio all’interno del quale si svolge un’attività funzionale ad un mandato pubblico, esso non può essere lo stesso dopo il ruolo rieducativo conferito alla pena da mandato costituzionale.
Non può essere più uno spazio lineare all’interno del quale contenere persone.
Il prendersi cura degli spazi e dei luoghi - intesi come entità costituive del benessere psicofisico dei soggetti - attraverso azioni che conferiscono loro una forma dopo aver attentamente analizzato e interpretato i bisogni degli individui - è un prendersi cura delle persone che li abitano e quindi della collettività tutta.
Lo spazio presuppone un’esperienza relazionale. Ma proprio il carcere va a prendere la forma del vuoto esistenziale e della solitudine.
Il carcere quale organizzatore della vita quotidiana di coloro che vi sono ospitati attraverso la ripetizione ossessiva degli stessi percorsi - fisici e simbolici - antepone l’ordine e la sicurezza ai bisogni dei soggetti reclusi.
L’individualità e la soggettività, la singolarità che fa di ogni essere umano ciò che è, con difficoltà trovano possibilità di espressione.
Il soggetto diventa oggetto, dipendendo dall’istituzione e dal suo consenso per il soddisfacimento di ogni più elementare esigenza.
I diritti diventano condizionati poiché l’istituzione totale pretende un adeguamento intrapsichico ed interpersonale del singolo a fronte delle prevalenti esigenze di ordine e sicurezza.
Parlare di relazioni che includano affettività e sessualità in carcere significa riferirsi alla tutela della salute e della famiglia. L’essere umano è un sistema integrato laddove le dimensioni intrapsichiche e corporee vanno a costituire profili che operano influenze reciproche; è un’unità psico-somatica; una res extensa e una res cogitans di platoniana memoria.
Anche il padre della psicanalisi ci parla di differenti zone erogene - individuate in specifiche parti del corpo - investite libidicamente durante le successive fasi del percorso evolutivo del bambino attraverso le quali egli ricerca un soddisfacimento e un piacere.
Già Maslow nella sua “Piramide dei Bisogni e delle Motivazioni” aveva incluso il soddisfacimento del desiderio sessuale tra quelli che erano indicati come “bisogni fisiologici” fondamentali, posti alla base della sua rappresentazione grafica accanto al bere e al mangiare e di fatto funzionali al mantenimento fisico dell’individuo. Secondo lo psicologo statunitense se questi bisogni naturali non trovano un loro adeguato soddisfacimento, difficilmente l’individuo si potrà concentrare sulla realizzazione dei bisogni collocati in ordine di progressione verso il vertice della piramide, dove non a caso ai primi posti figurano proprio i “bisogni di affetto”, intesi come aspirazione ad avere una vita affettiva e relazionale soddisfacente.
Il nostro essere nel mondo è anche corporeo; tuttavia il carcere sembra tralasciare e dimenticare questa dimensione, usando, almeno fino ad oggi, una violenza istituzionale che obbliga i ristretti ad una castità coatta che si accompagna ad una espressione monca dell’affettività.
E che succede se i diritti all’affettività e nello specifico alla sessualità non vengono rispettati?
Quali sono gli effetti su un piano psicologico della negazione e della limitazione di incontri intimi con un altro da sé?
Quali conseguenze patologizzanti in termini di salute mentale porta con sé la privazione di incontri autentici con un altro significativo all’interno dei quali potersi riconoscere ed essere riconosciuto come essere umano portatore di valore?
Il ristretto è complessivamente impoverito dallo stato di detenzione.
La carenza di stimoli che permea l’ambiente carcerario agevola un impoverimento percettivo, che va a coinvolgere tutti i sensi, penalizzandone il funzionamento. Basti pensare alla deprivazione correlata all’intera gamma sensoriale: i differenti stimoli - visivi uditivi tattili cinestesici motori - sono ridotti, ripetitivi e ricorsivi.
Il tatto viene colpito in modo prominente e subisce gravi alterazioni, tanto è mortificato da una ristretta gamma di stimoli, nonché da una inconsapevole volontà soggettiva di isolarsi da un contesto massificante ed intrusivo: è come se la superficie del corpo non avesse più tatto né con-tatto. Come se man mano si perdesse la competenza discriminativa, all’interno di una confusività di confini tra sé e l’altro, tra il dentro e il fuori, immersi in un processo di erosione e depauperamento del sé identitario.
Le sensazioni che il corpo produce in carcere sono prevalentemente reazioni di allarme; soprattutto durante le prime fasi della carcerazione il soggetto è sottoposto ad un generalizzato stato di iperarousal che determina ipervigilanza e iperattenzione tanto verso gli stimoli interni che esterni.
Anche il sistema di pensiero inizia a produrre un mondo immaginario e immaginato, subendo una semplificazione che privilegia il pensiero dicotomico, parcellizzato e sincretico (non a caso si parla del carcere come istituzione che conduce i suoi abitanti a processi regressivi di infantilizzazione) ed una logica scissionale, a discapito del pensiero superiore ed astratto.
Anche su un piano emotivo assistiamo ad una polarizzazione della realtà intrapsichica all’interno della quale torna a prevalere, richiamando le prime fasi della vita e forme di Sè più arcaiche, una logica duale piacere-dolore.
La libido risulta impoverita, andando a subire una profonda regressione verso quelli che sono i bisogni primari legati al benessere fisiologico e alla sopravvivenza.
Anche l’atto sessuale, privato di profili simbolici, empatici e relazionali nonché erotici, si esaurisce nella gestione di pulsioni aggressive o tensive; l’atto sessuale assume le caratteristiche di contenitore al cui interno confluiscono mancanze, bisogni affettivi ed emotivi, di contatto e vicinanza.
La sessualità inibita erotizza l’intera vita del recluso e rende il ritmo del richiamo biologico molto intenso. L’oggetto del desiderio non è disponibile né raggiungibile a causa della castità forzata. Nei primi tempi della carcerazione assistiamo ad un fenomeno di asessualità temporanea che con il tempo lascia spazio a processi di adattamento soggettivo che favoriscono la messa in atto di comportamenti sessuali “anomali”.
Il soggetto ristretto reagisce attivando due differenti strategie, che peraltro non si escludono a vicenda.
Ovvero: una sessualità solitaria e autoerotica che va a sostituire lo spazio vuoto lasciato dalla affettività e dalla corporeità dell’altro, lontano e assente. L’autoerotismo rappresenta sul piano immaginifico la compensazione di un’assenza fisica, che non riesce a raggiungere una compensazione emotiva, e il tentativo di restare in contatto con il proprio mondo affettivo.
Oppure: un’omosessualità indotta e compensatoria esito di una nuova organizzazione delle proprie istanze interne; omosessualità che si traduce come nuova strategia di sopravvivenza di fronte a nuovi codici ambientali, contraddistinti dalla subcultura carceraria. Omosessualità che può diventare talvolta anche mezzo di sfruttamento.
E questo specifico cambiamento indotto nella scelta del proprio ruolo sessuale può inevitabilmente provocare delle dissociazioni a livello psichico.
Il soggetto subisce un processo di adattamento all’ambiente, che va a creare un doppio legame: da una parte l’ingiunzione di consumare l’eterosessualità (pensiamo alla costante proposta da parte della televisione e dei giornali di sesso e immagini mercificate come valori primari della quotidianità), ma dall’altra parte l’impossibilità di farlo in alcun modo.
Nel tempo tali condotte conducono il soggetto ad una destrutturazione dell’identità individuale e sociale, ad una grossolana disorganizzazione della personalità, laddove le strategie sessuali di coping vengano vissute in maniera egodistonica.
Il nucleo affettivo sensu lato va posto al centro dell’esecuzione penale in quanto la sua limitazione afflittiva produce patologia in termini di sofferenza mentale e di tensione intrapsichica nonché un aumento delle tensioni e delle violenze intramurarie.
La limitazione dell’affettività aggiunge al carcere una dimensione patologica di rinuncia, tensione, sofferenza, angoscia.
Si tende a considerare l’affettività e, nello specifico, la sessualità come un elemento premiale, aggiuntivo, accessorio, eventuale, laddove invece si tratta di un diritto e di un elemento la cui espressione garantisce salute soggettiva e collettiva.
Si rende necessaria - oggi più che mai - una narrazione che si faccia portatrice di un messaggio culturale e pedagogico che contribuisca a rimuovere il timore che qualunque misura di sofferenza sottratta alla pena sia sottratta alla giustizia e che creda nelle possibilità evolutive del soggetto recluso e nel potere trasformativo di relazioni affettive significative.
Nella certezza di un carcere più umano e giusto.
*Psicologa e psicoterapeuta










