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di Gian Carlo Caselli

La Stampa, 23 maggio 2022

L’anniversario della morte di Giovanni Falcone (23 maggio 1992) e di Paolo Borsellino (19 luglio) ci interpella sull’eredità delle vittime di mafia. Lo storico Salvatore Lupo sostiene che dal loro martirio nasce la sorpresa che in un’Italia senza senso della patria e dello stato, ci siano soggetti disposti a morire per il loro dovere, per questa patria e per questo stato.

Prende così forma l’idea (di per sé paradossale) delle vittime di mafia come rivoluzionari, in quanto operatori di legalità. Viviamo in un Paese nel quale agli occhi dei cittadini lo stato si manifesta anche con i volti impresentabili di personaggi che con il malaffare hanno scelto di convivere. Le vittime di violenza mafiosa, a fronte di ciò, sono state soprattutto straordinari costruttori di credibilità e rispettabilità. Vale a dire che operando come hanno operato in vita, e sacrificandosi fino alla morte, hanno restituito lo stato alla gente, che così riesce a dare un senso alle parole, altrimenti vuote, “lo stato siamo noi”.

Alla riflessione di Lupo faccio seguire una domanda: perché sono morti Falcone, Borsellino e tanti altri, vittime innocenti della criminalità mafiosa?

Prima di tutto, va da sé, perché la mafia li ha uccisi. Ma anche perché noi non siamo stati abbastanza “vivi”. Loro hanno visto la violenza, l’illegalità, l’ingiustizia, lo scempio della democrazia, la compravendita di voti... E non si sono tirati indietro. Hanno continuato a fare il loro dovere ben conoscendone i rischi.

E noi? Noi stato, noi chiesa, noi cittadini troppe volte non siamo stati abbastanza “vivi”. Nel senso che non ci siamo indignati abbastanza pur vedendo le stesse lordure contro cui Falcone, Borsellino e gli altri si battevano. Abbiamo preferito subire il giogo del facile compromesso, ci siamo accontentati del quieto vivere. E non essendo abbastanza “vivi”, Falcone, Borsellino e gli altri li abbiamo sovraesposti. Lasciati soli.

I “professionisti dell’antimafia” - La storia di Falcone e Borsellino, per altro, è anche storia di aggressioni e calunnie. Come parte del pool antimafia creato da Rocco Chinnici, e perfezionato da Nino Caponnetto, essi furono decisivi nell’organizzare e condurre in porto il capolavoro investigativo-giudiziario chiamato “maxiprocesso”. Nel rispetto delle regole, vengono condannati a pene pesanti mafiosi di ogni ordine e grado, dai capi ai soldati. Mai successo, in pratica, prima di allora. La fine del mito dell’invulnerabilità di Cosa nostra, della sua eterna sostanziale impunità.

A questo punto però succede una cosa scandalosa. La mafia è una minaccia per la liberà e la democrazia. Falcone e Borsellino riescono a sconfiggerla rendendo un servizio all’intero Paese (era già chiaro che il problema si estendesse oltre la Sicilia). Ma invece di aiutarli ad andare avanti, professionalmente parlando li hanno spazzati via con una tempesta di polemiche diffamatorie ma efficacissime, che purtroppo vanno a bersaglio. Si comincia con “professionisti dell’antimafia”, sinonimo di carrieristi a spese di coloro che non avevano avuto la “fortuna” di fare processi di mafia. Si prosegue con “uso spregiudicato dei pentiti” (Falcone che portava i cannoli a Buscetta, per creare un rapporto intimo e fargli dire quel che voleva). E poi “uso distorto della giustizia per fini politici di parte” (un refrain sempre verde).

Alla fine il pool viene cancellato e con lui il suo metodo di lavoro vincente. Il contrasto alla mafia - commenta Borsellino - arretra di una ventina d’anni. In questa storia non si può non ricordare il ruolo avuto anche dal Consiglio superiore della magistratura. Dovendo nominare il successore di Caponnetto, la maggioranza del Csm non sceglie il campione dell’antimafia, cioè Falcone. Nomina un magistrato, Antonino Meli, poco esperto di mafia, che rispetto a Falcone aveva il vantaggio di essere molto più anziano di carriera.

Dirà Borsellino, dopo la strage di Capaci, che Falcone comincia a morire proprio in questo momento, quando viene umiliato preferendogli un magistrato senza titoli antimafia in una situazione che invece ne esigeva al massimo livello (io ho fatto parte di quel Csm e rivendico con orgoglio di aver sempre votato per Falcone).

La Procura nazionale - Ma la storia non finisce qui. Di mortificazioni ne arrivano altre. Corvi e veleni con accuse inaudite si moltiplicano, e alla fine tutte le porte, anche quelle degli uffici giudiziari, vengono chiuse in faccia a Falcone. Che deve cercare una sorta di asilo politico-giudiziario a Roma, presso il ministero. Dove (coraggioso e tenace) continua nel suo impegno antimafia e crea l’antimafia moderna, quella che funziona bene ancora oggi, con la Procura nazionale e le Procure distrettuali antimafia e con la Dia (una specie di Fbi italiana).

Intanto la Cassazione conferma in via definitiva (gennaio 1992) le condanne del maxiprocesso, avallando tutta la ricostruzione fatta dal pool in ordine alla struttura di Cosa nostra e alle responsabilità sia associative sia individuali.

Facciamo il punto. Da un lato c’è Falcone che sta creando l’antimafia moderna; dall’altro c’è la Cassazione che frustra le aspettative di Cosa nostra, che pure aveva cercato in tutti i modi di “appattare” (aggiustare) il processo: un uno-due micidiale che per Cosa nostra è assolutamente intollerabile. Un uno-due che nella logica criminale di Cosa nostra significa strage. Ecco allora le stragi di Capaci e via d’Amelio, che sono una vendetta postuma di Cosa nostra nei confronti dei suoi peggiori nemici, Falcone e Borsellino; e nel tempo stesso un tentativo di seppellire definitivamente nel sangue il loro metodo di lavoro. Dopo le stragi Falcone e Borsellino diventano eroi, giustamente celebrati come tali. Da tutti. Pure da chi in vita li aveva ostacolati e denigrati. Anche dai “giuda” che in vita avevano tradito Falcone.